“La sera della Cena”, la nuova installazione di Fabrizio Sannicandro

Fabrizio Sannicandro

Dal 23 settembre al 2 ottobre 2026 la Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina della Camera dei Deputati ospita La sera della cena, installazione site-specific di Fabrizio Sannicandro a cura di Umberto Palestini. L’opera mette in connessione  due capolavori della storia dell’arte,  l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci e la Visitazione del Pontormo, dando vita ad un chiasmo fra la nostalgia di un incontro perduto e la calda suggestione di un abbraccio che si staglia sullo sfondo. Al centro, infatti, una lunga tavola apparecchiata ma priva di commensali: presenza e insieme assenza di un incontro che sembra essersi appena concluso lasciando di sè solo pochi resti. L’iniziativa, ideata da Maria Cristina Marroni, promossa da Francesca e Franco Iachini e coordinata da Gino Natoni, sarà visibile durante gli orari di apertura, a partire dal 23 settembre. Dal lunedì al venerdì dalle 11:00 alle 19:30. Sabato e domenica lo spazio è chiuso. Ricordiamo che La sera della cena  anticipa di poche settimane l’arrivo a Roma della Visitazione di Carmignano, in mostra alle Scuderie del Quirinale, instaurando un dialogo fra arte contemporanea e uno dei capolavori del maestro.
Il progetto nasce da una riflessione sulla Visitazione del Pontormo e sul tema dell’incontro. Sannicandro non ne propone una citazione, ma ne riattiva il nucleo più umano e contemporaneo – l’abbraccio, la prossimità, la necessità dell’altro – mettendolo in dialogo con una lunga tavola apparecchiata rimasta senza commensali.
A dare ulteriore rilievo all’evento è la vicinanza con la grande mostra dedicata a Pontormo alle Scuderie del Quirinale: La sera della cena anticipa di poche settimane, infatti, l’arrivo a Roma della Visitazione,creando un suggestivo dialogo tra arte contemporanea e uno dei capolavori del maestro.
Pensata espressamente per uno spazio fortemente connotato dalla memoria storica e culturale, La sera della cena interroga il valore dell’incontro, della relazione e della condivisione in  un tempo nel quale la progressiva smaterializzazione dei rapporti umani sembra mettere in discussione il significato stesso dello stare insieme.
Al centro dell’installazione è una lunga tavola apparecchiata, ma priva di commensali. Una presenza e, insieme, un’assenza. Restano i piatti, gli oggetti, le tracce, le parole disseminate sulla tovaglia dipinta: segni di un incontro che sembra essersi appena concluso o che, forse, deve ancora avvenire.
La tavola diventa così il luogo simbolico attorno al quale si costruisce l’intero progetto: spazio primario della relazione, del nutrimento, del racconto e della trasmissione. Ma è proprio l’assenza delle persone a trasformarla in un’immagine sospesa e interrogativa. Come sottolinea il curatore Umberto Palestini, l’opera procede infatti “per sottrazione”, facendo dell’assenza lo strumento attraverso cui far emergere un significato più profondo.
Sul fondo della Sala del Cenacolo, un grande trittico pittorico restituisce, attraverso il linguaggio personale di Sannicandro, l’eco della Visitazione di Jacopo Carucci detto il Pontormo. È proprio l’abbraccio a costituire uno dei nuclei poetici dell’opera: un gesto elementare e universale capace di attraversare i secoli e di parlare ancora al presente. Nel progetto di Sannicandro, la Visitazione del Pontormo e il riferimento al Cenacolo diventano così due grandi archetipi dell’incontro: da una parte due corpi che si avvicinano e si riconoscono, dall’altra una tavola attorno alla quale una comunità si riunisce.
In questo senso, la tavola vuota assume una forza che va oltre la sua dimensione scenografica. I commensali non ci sono più, ma tutto parla ancora di loro. La loro assenza porta in primo piano ciò che rischiamo di perdere: la prossimità, il tempo condiviso, il contatto, la capacità di riconoscerci attraverso la presenza dell’altro.
Come scrive Umberto Palestini nel testo critico che accompagna il progetto, la tavola senza commensali «ci ricorda l’incancellabile necessità di riscoprire il valore fondante della condivisione, dell’essere insieme».
La sera della cena diventa così un dispositivo poetico e civile: non una rappresentazione nostalgica del passato, ma una domanda rivolta al presente.
Un incontro tra storia dell’arte e contemporaneità, tra memoria e futuro, nel quale la pittura torna a interrogare una delle esperienze più semplici e, proprio per questo, più radicalmente umane: essere insieme.

Dissonanze “New Chapter”, coinvolge Roma con la musica e la digital art

Dopo aver celebrato nel 2025 i venticinque anni dalla sua prima edizione, Dissonanze apre un nuovo capitolo. Il 12 e 13 settembre 2026 il festival torna all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma con New Chapter: due giornate dedicate alla musica contemporanea e alla sperimentazione sonora, nel punto esatto in cui elettronica, arti digitali e performance si incontrano senza compromessi.

Nato nel 2000 come evento di rottura nel panorama culturale italiano, Dissonanze ha riportato Roma sulla mappa internazionale della cultura elettronica, ospitando nel corso degli anni nomi come Aphex Twin, Kraftwerk, Richie Hawtin, Jeff Mills e Björk in spazi ogni volta diversi — dal Palazzo dei Congressi dell’EUR agli edifici di archeologia industriale della città. New Chapter raccoglie quell’eredità e la proietta in avanti: una piattaforma guidata da ricerca, contaminazione e libertà espressiva, costruita per creare connessioni radicali tra suono, tecnologia e spazio urbano.

La line-up dell’edizione 2026 è stata annunciata sui canali ufficiali del festival:

BJÖRK Dj Set

Peggy Gou

Chloé Caillet

Derrick Carter

Donato Dozzy

Floating Points b2b Daphi

Job Jobse

Kelly Lee Owens Dj Set  

Moodymann b2b Marcellus Pittman

Octave One Live

Raresh

Ron Trent

Sama’ Abdulhadi

Skream & Benga

Tony humphries

Aline Umber Live

Betametric

CARISTA

Dante

Duddha

GNMR

ISAbella

Iride b2b Giancarlino

Jazzanova Live  Feat. Wayne Snow

Lefto Early Bird

Nubiyan Twist

Omeria

Paranoid London Live

Ruthven

Session Victim Live

Sugar Free

Ti Es

Tiger & Woods Live

Yu Su

DissPlay e il programma educativo

Tra le novità di New Chapter c’è DissPlay by Dissonanze, un formato creativo dedicato ai bambini dai 4 ai 12 anni, pensato per riportare sguardo, immaginazione e gioco al centro di un festival di musica elettronica. La prima sessione, Seeing the Music, è stata guidata dall’artista e docente Marco Laudadio: ai più piccoli è stato chiesto di disegnare cosa sia, per loro, un festival, come dovrebbe essere e cosa lo rende davvero divertente. I disegni entreranno a far parte della comunicazione ufficiale dell’evento — stampati su mesh forata ed esposti per tutta la durata della manifestazione.

Il programma comprende inoltre una masterclass su Ableton Live 12 a cura di Edoardo Pietrogrande, dedicata a introdurre i più giovani alle funzioni di base del software, e un’installazione immersiva su TouchDesigner a cura di Simone Murtas, allestita in una sala dedicata.

Dissonanze al MACRO

In parallelo al festival, Dissonanze è stato protagonista di una mostra al MACRO — Museo d’Arte Contemporanea di Roma (1 dicembre 2025 – 22 marzo 2026), dedicata al rapporto tra suono, arti visive e spazio espositivo. Allestita nelle due sale storiche del secondo piano del museo, riunisce professionisti, studiosi, artisti e operatori culturali legati all’eredità del festival e a chi da quella eredità ha tratto ispirazione.

Partner

Titled sponsor Illimity by Banca Ifis

Main Sponsor Ploom, Diageo, Xceed

Con il supporto di Comune di Roma, Vivenda, Ableton, Soho House, Redbull, Refrigiwear, Yolk, Auditorium Parco Della Musica Ennio Morricone, Fondazione Musica per Roma, Tanqueray, Gioia

Informazioni pratiche

Date: 12–13 settembre 2026 Luogo: Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Roma Biglietti: disponibili su Xceed — xceed.me/events/channel/dissonanze


Dissonanze 

E’ il festival internazionale di musica elettronica e arti digitali di Roma. Nato nel 2000 dalla visione di Giorgio Mortari, si è svolto con cadenza annuale fino al 2010, sperimentando il rapporto tra creatività e nuove tecnologie e portando in Italia alcune delle voci più innovative della scena globale. Indipendente ma da subito internazionale, intergenerazionale e interdisciplinare, ha lasciato un segno profondo nella storia culturale del Paese. Nel 2025 il festival è tornato a Roma per celebrare i suoi 25 anni; nel 2026 prosegue il suo percorso con New Chapter.

SIArt Gallery apre con “Wonderful”

In un Palazzo di fine Ottocento, incastonato tra antichi archi romani e la rigogliosa efflorescenza di Piazza Cairoli, si inaugura martedì 29 Settembre 2026 uno nuovo spazio culturale e artistico d’eccezione che ospita il nuovo progetto artistico della dottoressa Sylvia Irrazabal; la Galleria romana SIArt Gallery, destinata alla scoperta, promozione e valorizzazione dei talenti artistici nazionali ed internazionali. In Via di S. Maria de’ Calderari, 22-23 nel cuore della capitale, l’associazione culturale SIArt Cultural Network – da anni impegnata nella promozione dell’arte come linguaggio universale capace di unire culture, generazioni e visioni – ha trovato il suo centro operativo di incontro, produzione, esposizione e dialogo per scambi culturali d’eccellenza. Nasce così – dalla passione creativa della dottoressa Sylvia Irrazabal, più volte Commissaria alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia e con una importante carriera di incarichi internazionali di prestigio in campo culturale – la SIArt Gallery dove prenderanno corpo sin d’ora e nei prossimi mesi numerose mostre, incontri e dibattiti tutti incentrati sul tema artistico e culturale. Mostra inaugurale d’eccezione “WONDERFUL” del Maestro Moreno Bondi. Solo invito martedì 29 Settembre alle ore 18.30 via Santa Maria de’ Calderari 22-23. Alla protagonista assoluta di questa iniziativa, la dottoressa Sylvia Irrazabal, chiediamo: Cosa ha motivato la location del progetto creativo SIArt Gallery? L’idea di uno spazio autonomo dove poter estrinsecare in piena libertà tutte le potenzialità creative, organizzative e propositive ci è sempre stata molto cara. Ora grazie all’ospitalità offerta da questo Spazio Culturale e Artistico d’eccezione nel Palazzo ottocentesco di Via Arenula 21 a due passi da via Giulia e da Campo dei Fiori e nell’immediate vicinanze de Ghetto Ebraico di Roma, la sede di Via Santa Maria de’ Calderari 22 – 23 ci è apparsa subito una occasione unica e preziosa per realizzare questa idea; una idea di libertà artistica e letteraria e di dialogo aperto in grado di offrire uno spaccato dell’arte contemporanea nel panorama italiano e internazionale. Di fronte a crescenti conflitti del mondo attuale, è fondamentale mantenere viva la fiamma dell’impegno artistico per la pace e di un dialogo culturale senza confini e senza barriere per promuovere solidarietà e comprensione perché l’arte nelle sue varie espressioni ha un potere straordinario di trasformazione, resistenza e dialogo.
Cosa accadrà martedì 29 settembre in Via S Maria de’ Calderari? Due eventi d’eccezione avranno luogo alla SiArt Gallery. Si inaugurerà questa nuova galleria SiArt di quattro arcate nel cuore di Roma alla quale sarà invitata la musa di Andy Warhol, la splendida madrina del Pop e grande stilista di fama internazionale Regina Schrecker. Ci sarà quindi il lancio di una Mostra d’eccezione dal titolo “WONDERFUL” del grande Maestro Moreno Bondi, una personalità artistica e accademica di livello straordinario capace di far dialogare le rigorose tecniche del Seicento con la sensibilità contemporanea. Moreno Bondi nato a Carrara, patria del marmo e della scultura é cresciuto in una Toscana culla del Rinascimento; ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionali imponendosi come un’eccellenza artistica italiana nel mondo. Il suo lavoro ha sollecitato l’interesse di Vittorio Sgarbi che lo ha invitato alla 54ma BIENNALE DI VENEZIA, mentre le pubblicazioni a lui dedicate portano le firme autorevoli di Antonio Paolucci, Claudio Strinati, Bert Treffers, Marco Bussagli, Giovanni Faccenda, Rossella Vodret, Janus. È titolare della Cattedra di Tecniche Pittoriche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e del Master post lauream biennale per l’Insegnamento delle Discipline Pittoriche. La conoscenza approfondita della pittura di Caravaggio, la rappresentazione dei corpi potenti ammantati dal suggestivo contrasto luce-ombra, evocano l’accostamento fra il genio seicentesco e Bondi, che in maniera attuale elabora l’antico reinterpretandolo attraverso il filtro della contemporaneità, ponendosi come un “nuovo Caravaggio moderno”. Nella sua “Venere Pop” simbolo di questa Mostra, Moreno Bondi, ispirandosi alla corrente pop, concretizza un’interpretazione moderna dell’icona classica, arricchita da tatuaggi giapponesi e resa in modo iper realistico in una ricerca innovativa del colore. Ma non vogliamo svelare tutte le meraviglie che stupiranno i nostri invitati in questa Personale di Moreno Bondi dal titolo appunto “WONDERFUL”. Al di là di questo evento d’eccezione, come vede la proiezione futura del suo progetto SIArt ?L’Associazione Culturale SIArt nasce come network internazionale d’eccellenza con l’obiettivo di proporsi come un centro dinamico di produzione, esposizione e dialogo artistico, con sede a Roma ma con respiro internazionale. La nuova sede operativa offertaci di Via Santa Maria de’ Calderari 22 e 23 rappresenta per tutti noi una sfida ma anche una grande opportunità importante per sviluppare spazi di dialogo e libertà e porsi come un ponte tra Roma e il mondo, tra artisti affermati ed emergenti, tra tradizione e sperimentazione in campo artistico, culturale e letterario. Spetta ora a tutti noi il compito di unire le forze per rendere concreti ed efficaci gli impegni che già ci si profilano all’orizzonte con un percorso serio e professionale in grado di rendere questa realtà operativa un punto di riferimento d’eccellenza a Roma e nel panorama italiano e internazionale

Praemium Imperiale, 37esima edizione. Svelati i vincitori

La Japan Art Association ha annunciato in contemporanea a Tokyo, Parigi, Roma, Berlino, New York e Londra i vincitori della trentasettesima edizione del Praemium Imperiale: Jenny Holzer (Stati Uniti d’America) per la pittura, Andy Goldsworthy (Regno Unito) per la scultura, Daniel Libeskind (Stati Uniti d’America, nato in Polonia) per l’architettura, Herbert Blomstedt (Svezia, nato negli Stati Uniti d’America) per la musica e Cate Blanchett (Australia) per il teatro/cinema.

Questi cinque straordinari artisti sono premiati per i risultati conseguiti, per l’influenza da essi esercitata sul mondo dell’arte a livello internazionale e per il contributo dato alla comunità mondiale con la loro attività.

L’artista statunitense Jenny Holzer ha fatto del linguaggio nello spazio pubblico il fulcro della sua ricerca, attraverso manifesti, proiezioni luminose, insegne elettroniche, incisioni e installazioni. Le sue opere, presentate in luoghi come Times Square, la Biennale di Venezia, il Guggenheim e il Louvre Abu Dhabi, affrontano potere, guerra, violenza, memoria e diritti umani. 

Tra i protagonisti della scultura contemporanea, il britannico Andy Goldsworthy realizza installazioni e opere effimere e monumentali, esplorando il rapporto tra uomo, natura, territorio e scorrere del tempo; le sue opere permanenti sono presenti in importanti istituzioni internazionali, dalla National Gallery of Art di Washington allo Storm King Art Center.

Architetto polacco naturalizzato statunitense, Daniel Libeskind è una figura di riferimento dell’architettura contemporanea, noto per la sua capacità di esprimere la memoria storica attraverso architetture dai tratti inconfondibili, caratterizzate da angolazioni distintive e composizioni spaziali innovative. I suoi progetti gli sono valsi riconoscimenti di prestigio, tra cui la Medaglia Goethe, l’Hiroshima Art Prize e il Premio Dresda per la pace.

Herbert Blomstedt, direttore d’orchestra svedese nato negli Stati Uniti, è apprezzato per la sua capacità di coniugare rigore analitico, fedeltà alla partitura, appassionata intensità espressiva e profonda umanità. Dal debutto nel 1954 con la Royal Stockholm Philharmonic Orchestra, ha guidato prestigiose formazioni, tra cui la Staatskapelle di Dresda, la San Francisco Symphony e la Gewandhausorchester di Lipsia. 

Attrice australiana di straordinaria versatilità, Cate Blanchett – ambasciatrice globale dell’UNHCR – ha raggiunto la fama internazionale con Elizabeth (1998) e ha costruito una carriera tra cinema, teatro e televisione che le ha portato due Oscar e numerosi altri importanti premi.

Ciascuno dei vincitori nelle cinque categorie riceverà un premio di 15 milioni di yen (circa 81.000 euro), un diploma e una medaglia. La cerimonia di premiazione si terrà a Tokyo il prossimo 28 ottobre, presieduta dal Principe Hitachi, Patrono onorario della Japan Art Association.

Istituito nel 1988 per celebrare il centenario della Japan Art Association, il Praemium Imperiale onora la memoria del compianto Principe Takamatsu, che ha ricoperto il ruolo di Patrono onorario dell’Associazione per 58 anni. Spesso definito come il ‘Nobel per le Arti’, il riconoscimento premia individui o gruppi i cui risultati hanno avuto una profonda influenza internazionale nei rispettivi campi. Sono cinque i premi che ogni anno, come riconoscimento tangibile al valore universale dell’arte, rendono il dovuto onore alle personalità di maggior rilievo internazionale nella pittura, nella scultura, nell’architettura, nella musica e nel teatro/cinema.  I vincitori del 2026 andranno ad aggiungersi ai 185 artisti già insigniti del Premio, tra i quali gli italiani Umberto Mastroianni, Federico Fellini, Arnaldo Pomodoro, Gae Aulenti, Renzo Piano, Luciano Berio, Giuliano Vangi, Mario Merz, Claudio Abbado, Enrico Castellani, Maurizio Pollini, Sophia Loren, Cecco Bonanotte, Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone, Riccardo Muti e Giulio Paolini.

La Japan Art Association è la più antica fondazione culturale del Giappone. Costituita nel 1887, organizza mostre d’arte e gestisce l’Ueno Royal Museum, situato nel Parco di Ueno a Tokyo. La carica di Patrono onorario della Japan Art Association è sempre stata ricoperta da membri della Casa Imperiale: prima dal Principe Arisugawa e, dal 1987, dal Principe Hitachi, fratello minore dell’Imperatore emerito Akihito. Il Praemium Imperiale fu istituito nel 1988, per celebrare il centenario della Japan Art Association, realizzando il desiderio del compianto Principe Takamatsu (1905-1987) “di contribuire a valorizzare e promuovere le culture e le arti del mondo”. Ogni anno, appositi Comitati di nomina presieduti dai Consiglieri internazionali del Premio presentano le liste dei candidati nelle cinque discipline. La scelta finale spetta ai Comitati di selezione della Japan Art Association, che per ogni categoria selezionano un vincitore, il quale riceve l’approvazione dal Consiglio di amministrazione dell’Associazione. Gli attuali Consiglieri internazionali sono: Lamberto Dini (ex Presidente del Consiglio, per l’Italia), Klaus-Dieter Lehmann (ex Presidente del Goethe-Institut, per la Germania), Lord Patten of Barnes (ex Cancelliere dell’Università di Oxford, per il Regno Unito), Jean-Pierre Raffarin (ex Primo Ministro, per la Francia) e Hillary Rodham Clinton (ex Segretario di Stato, per gli Stati Uniti d’America). Nella conferenza stampa dell’8 settembre Lamberto Dini e Jean-Pierre Raffarin hanno annunciato che concluderanno ufficialmente il loro mandato come Consiglieri internazionali e presentato i nuovi Consiglieri internazionali: Paolo Gentiloni (ex Presidente del Consiglio) per l’Italia e Patricia Barbizet (Presidente dell’Afep) per la Francia. I Consiglieri dimissionari François Pinault (Presidente della Pinault Foundation of Contemporary Art) e David Rockefeller Jr. (imprenditore e filantropo) sostengono il Praemium Imperiale come Consiglieri onorari. La solenne Cerimonia di premiazione, sotto l’egida del Principe e della Principessa Hitachi, è uno degli eventi culminanti del calendario culturale del Giappone. 

La Borsa di Studio del Praemium Imperiale 2026 per Giovani Artisti è stata assegnata a La Source Garouste (Francia). L’annuncio e il conferimento della Borsa hanno avuto luogo l’8 settembre a Parigi, nel corso della conferenza stampa presieduta dal Consigliere internazionale uscente Jean-Pierre Raffarin e dalla nuova Consigliera internazionale Patricia Barbizet. L’associazione La Source Garouste ha ricevuto un diploma e un contributo di 5 milioni di yen (circa 27.000 euro).  La Borsa di Studio del Praemium Imperiale è stata istituita nel 1997 per sostenere e incoraggiare i giovani artisti, in linea con gli obiettivi delle attività della Japan Art Association. Sono eleggibili giovani promettenti artisti o organizzazioni che contribuiscono attivamente allo sviluppo di nuovi talenti. Gli artisti devono essere professionisti o in formazione. A rotazione ciascun Consigliere internazionale, consultandosi con il proprio comitato, seleziona il destinatario della Borsa di studio e lo comunica alla Japan Art Association, che lo approva. Il premio è conferito contestualmente all’annuncio del Praemium Imperiale nel Paese del Consigliere cui spetta la segnalazione.  Tra i precedenti vincitori della Borsa di Studio del Praemium Imperiale per Giovani Artisti figurano organizzazioni del Vietnam, di Cuba, del Venezuela, del Benin, del Myanmar, della Malesia, del Libano e dell’Indonesia. Tra gli altri sono state premiate le italiane Scuola di Alta Formazione dell’Istituto Centrale per il Restauro, Juni Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Orchestra Giovanile Italiana e De Sono Associazione per la Musica.

Gaeta: Al Castello Angioino, l’esposizione Crossing shift

Dal 10 al 26 luglio 2026, presso il Castello Angioino di Gaeta, prestigiosa sede
dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, si terrà la mostra collettiva
Crossing shift, organizzata e sostenuta dall’Associazione Cultura è Libertà, con sede a
Filignano, con il patrocinio dell’Ateneo di Cassino e la collaborazione del Comune di
Viticuso e del Museo Pop Art Paolozzi.
L’esposizione, curata da Gina Ingrassia e Deirdre MacKenna, mette in dialogo le opere di
Eduardo Paolozzi, tra i protagonisti della Pop Art britannica, con Gian Mario Conti,
Roberto Franchitti ed Elaine Shemilt. Quasi cinquanta opere, quattro artisti e un luogo
simbolo della storia italiana per un progetto espositivo site specific che pone al centro della
riflessione i temi della trasformazione, della memoria e della libertà.
L’iniziativa rientra nel più ampio quadro di azioni di public engagement e valorizzazione del
patrimonio culturale e dei linguaggi dell’arte contemporanea promosse dalla Delega alla
Diffusione della Cultura e della Conoscenza-SCIRE, rappresentata dalla Prof.ssa Ivana
Bruno. Essa conferma il Castello Angioino quale luogo privilegiato di produzione culturale,
di dialogo interdisciplinare e di relazione tra arte, ricerca e comunità.
La mostra è ospitata nella Cappella San Teodoro, antica struttura del X secolo situata
all’interno del complesso monumentale. Qui il dialogo tra architettura, memoria e arte
contemporanea genera un percorso che invita il visitatore ad attraversare simbolicamente
il passaggio dalla costrizione alla rinascita, dalla chiusura all’apertura, dalla memoria alla
possibilità di un nuovo sguardo sul presente.
Per decenni il Castello ha rappresentato uno spazio di reclusione e controllo; oggi,
restituito alla collettività, si trasforma in luogo di incontro, conoscenza e libertà di
espressione, “un luogo dalla straordinaria stratificazione storica che, grazie a un percorso
di valorizzazione e di apertura alla collettività, è progressivamente divenuto uno spazio
accademico di incontro, ricerca, produzione culturale e partecipazione”, scrive nel suo
saluto in catalogo Marco dell’Isola, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di
Cassino e del Lazio Meridionale.
Ed è proprio questa metamorfosi a costituire il cuore del progetto curatoriale.
Figura centrale della mostra è Eduardo Paolozzi, artista la cui vicenda personale risuona
profondamente con il luogo e i temi affrontati dal progetto. Figlio di emigrati italiani in
Scozia, durante la Seconda guerra mondiale subì l’esperienza dell’internamento. Nella sua
opera il trauma della guerra, della perdita e dello sradicamento si traduce in una continua
tensione tra frammentazione e ricostruzione, tra memoria e futuro. “Nelle sue immagini e
sculture, Paolozzi ci diceva che il fascino della superficialità può mascherare e celare la
follia di un mondo plasmato da lavoro intenso, consumismo, mass media e conflitti”, scrive
Deirdre MacKenna, co-curatrice della mostra.
Ed è proprio a questo che rivolge lo sguardo Gian Mario Conti sviluppando una riflessione
sulla condizione dell’uomo contemporaneo, spesso intrappolato in dinamiche sociali,
lavorative e psicologiche che limitano la libertà individuale e la autentica espressione di sé.
Nelle sue opere emerge però potente la possibilità della trasformazione: il seme, la crescita e la rinascita diventano metafore di una riconquista dell’identità e del pensiero libero.
Elaine Shemilt affronta il tema della memoria attraverso opere che custodiscono le tracce
invisibili lasciate dalla storia sui corpi e sui luoghi. La sua ricerca restituisce voce a
esperienze individuali e collettive spesso dimenticate, trasformando il ricordo in materia
viva.
Le sculture di Roberto Franchitti introducono infine il tema della rigenerazione attraverso
l’espediente della materia. Attraverso materiali di recupero e forme simboliche, l’artista
costruisce opere che raccontano la possibilità di una nuova vita, suggerendo una
continuità ideale con la trasformazione stessa del Castello.
Anche l’allestimento, con strutture espositive in tubi zincati, contribuisce alla narrazione
della mostra: “concepite come parte integrante del progetto, scrive, Gina Ingrassia co-
curatrice dell’esposizione, evocando l’immaginario della fabbrica e del cantiere,
richiamano i temi del lavoro, dell’emigrazione, della modernizzazione e delle
trasformazioni sociali del Novecento. Inserite negli spazi del Castello Angioino-Aragonese,
queste strutture instaurano un significativo dialogo tra la solidità della pietra medievale e
l’essenzialità industriale del metallo, tra memoria, trasformazione e cambiamento.
In quest’ottica, Crossing Shift non è soltanto una mostra d’arte contemporanea, ma un
progetto che utilizza il linguaggio artistico per rileggere la storia di un luogo e interrogarne
il significato nel presente. In un’epoca segnata da nuove forme di conflitto, isolamento e
pressione sociale, il Castello Angioino diventa il simbolo di una possibile trasformazione:
da luogo della reclusione a spazio aperto al dialogo, alla cultura e alla libertà.
La mostra invita il pubblico a riflettere sul valore della memoria e sulla capacità dell’arte di
generare nuove possibilità di comprensione, relazione e cambiamento. Una prospettiva
che, nelle parole di Igor Todisco, Vice Sindaco di Viticuso e responsabile del Museo
Pop Art Paolozzi, dimostra “che anche le storie nate ai margini possono contribuire, con
forza e autonomia, alla costruzione di una visione condivisa del mondo”.
È proprio in questa capacità di creare connessioni che risiede, secondo Antonio Buono,
Presidente di Cultura è Libertà, il valore più attuale dell’esperienza artistica: “in un
tempo caratterizzato da cambiamenti rapidi e da relazioni spesso frammentate, l’arte
continua a offrirci spazi di incontro autentico, capaci di favorire il confronto, la
partecipazione e la condivisione”.

Centenario della Gam: si celebrano Benedetta Cappa, Antonietta Raphaël e Mimí Quilici Buzzacchi

In una tiepida serata di metà giugno, nel cuore di Roma, la storia di tre artiste del Novecento — Benedetta Cappa, Antonietta Raphaël e Mimí Quilici Buzzacchi — è stata raccontata con grazia e profondità dalla voce della storica dell’arte, curatrice Gina Ingrassia, coadiuvata dal tappeto sonoro dell’artista musicista Gian Mario Conti. 
L’evento si è svolto nel suggestivo chiostro della Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale (GAM), in via Crispi, il museo comunale che quest’anno festeggia il secolo dalla sua fondazione.
La serata è stata preceduta da una visita guidata attraverso i quattro piani della galleria, dove il pubblico, tra cui un’incantata Eva Cela e una riflessiva Emanuela Schiavetto, ha potuto ammirare le opere delle tre protagoniste, accostate a quelle dei loro contemporanei — tra cui de Chirico, Balla e Franz. Un percorso che ha preparato gli animi a immergersi in un racconto capace di sospendere il tempo, in un’atmosfera al contempo toccante e quasi surreale, dove ogni spettatore è rimasto assorto, tra le parole e il suono dell’arpa .
Nel reading di Gina Ingrassia è emersa con forza l’indipendenza di queste tre donne, da sempre relegate in secondo piano rispetto alla notorietà delle figure maschili che le hanno accompagnate. Eppure, dietro ogni assenza, ogni perdita, ogni esilio, ciascuna ha saputo trasformare le proprie fragilità in un linguaggio diverso.
Benedetta Cappa, figura di spicco del “secondo futurismo”, e definita “la donna che ascoltava il ritmo invisibile”, seppe anticipare la ricerca sulla velocità e sulla rappresentazione del movimento.
Antonietta Raphaël, animatrice nel proprio salotto letterario del fior fiore dell’ambiente artistico romano, diede vita — accanto al marito Mafai — alla Scuola di via Cavour.
E infine Mimí Quilici Buzzacchi, nota soprattutto per le sue xilografie dedicate a siti archeologici, da Roma fino ad altri continenti, come Leptis Magna.

“Le Eretiche, Sante e Profetesse”: il nuovo progetto artistico di Nora Lux

Il prossimo 20 giugno alle ore 17.00, presso il Palazzo di Giustizia di Piazza Cavour nel quartiere romano Prati, si svolgerà l’evento inaugurale del progetto “Le Eretiche, Sante e Profetesse” dell’artista Nora Lux. Lo spettacolo si pone come un’urgenza ontologica nel panorama della cultura contemporanea, un atto di risignificazione che trasforma la performance in un’interpellanza radicale verso i fondamenti della giustizia universale. Non si tratta di una mera rievocazione, ma di un intervento site-specific di portata internazionale, che sfida secoli di storiografia maschile proprio nel tempio della legge codificata. La scelta del Solstizio d’Estate e del Palazzo di Giustizia di Roma non è puramente estetica, bensì una mossa strategica di comunicazione simbolica: nel momento di massima luce solare, l’azione rituale penetra l’oscurità delle sentenze storiche per rivendicare la libertà di pensiero e l’autodeterminazione dell’essere.

La nota artista visuale e transmediale Nora Lux presenterà in questa occasione la tappa inaugurale del suo nuovo ciclo monumentale, intitolata “LE ERETICHE”.  L’azione avrà quindi luogo nella cornice ieratica di Piazza Cavour, dinanzi al Palazzo di Giustizia, in perfetta coincidenza con il Solstizio d’Estate, e, attraverso un linguaggio che fonde corpo, rito e installazione, la performance interrogherà l’istituzione giudiziaria sulla natura del “diritto alla scelta”, riaprendo un processo poetico e filosofico che lega l’attualità della libertà individuale alla profondità millenaria della ricerca di Nora Lux.

Il baricentro speculativo del progetto risiede nella riscoperta del termine greco hairetikos, ovvero “colui che sceglie”. Nora Lux opera una trasformazione filosofica decisiva: l’eresia smette di essere un marchio d’infamia per divenire un manifesto di autodeterminazione spirituale. In un ribaltamento sistematico della storiografia tradizionale, che ha storicamente silenziato il dissenso femminile, il progetto si configura come un viaggio visivo ed emotivo attraverso sette figure femminili di cui le prime tre hanno osato deviare dal dogma. Questa azione non celebra la vittima, ma la potenza del pensiero non allineato, materializzando a Roma un nuovo paradigma dove l’atto di scegliere è l’unica vera forma di conoscenza sacra.

L’utilizzo del Palazzo di Giustizia come scenario metafisico crea una frizione feconda tra l’ortodossia del potere e la fluidità del rito. L’imponente architettura giudiziaria diventa il fondale per un’azione dedicata a chi è stato condannato per non essersi piegato alla legge dell’uomo. I giardini di Piazza Cavour si trasformeranno così in uno spazio di connessione tra il “Corpo Terra Acqua” e l’ideale di giustizia intesa come equilibrio cosmico.

La performance “LE ERETICHE” di Nora Lux, oltre alla protagonista, vede in scena figure centrali, corrispondenti a tre eretiche medievali che hanno pagato con la vita il proprio diritto alla scelta, Margherita Porete, Giovanna d’Arco e Guglielma di Milano, interpretate rispettivamente da Stefania Morra, Alberta Perini e Ottavia Dominici. Queste attrici daranno corpo e voce a queste figure, agendo come veicoli di una memoria mai sopita. Sotto la luce del fuoco solstiziale, Nora Lux presenterà simboli inediti che fungeranno da archetipi di trasformazione, facendo diventare la performance un rito di sintonizzazione collettiva.

L’originalità di Nora Lux risiede nella sua capacità di far convergere la ricerca accademica – attingendo agli studi di Carl Gustav Jung sugli archetipi, di Marija Gimbutas sul matriarcato e di Erich Neumann – con una pratica alchemica e sciamanica vissuta sulla pelle. L’opera non è solo visuale, ma transmediale, integrando video, installazione e sonorità ancestrali.

I segni creati dall’artista richiamano le miniature circolari di Ildegarda di Bingen, dove la geometria medievale esprimeva l’ordine del cosmo. Questi “segni di trasformazione” agiscono come ponti teologici tra il microcosmo umano e il macrocosmo universale. La narrazione si snoda attraverso le cinque fasi della trasmutazione alchemica: nero, verde, bianco, oro e rosso. Questo percorso non è solo dell’artista, ma dello spettatore, invitato a subire una metamorfosi interiore attraverso la visione. Infine, il cosmo è rappresentato come una serie di cerchi concentrici (fuoco, aria, acqua, terra, etere), elementi che Nora Lux manipola per restituire una percezione sacra del femminile.

Al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il sorriso della Sfinge. Le sculture di Federica Zuccheri

Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e Galleria Vittoria di Roma presentano la mostra Il sorriso della Sfinge, personale di Federica Zuccheri, aperta al pubblico fino al 3 maggio 2026.

Il percorso espositivo, curato da Tiziano M. Todi, si sviluppa attraverso 10 opere scultoree, selezionate per costruire un percorso concentrato e coerente. Le opere, realizzate con materiali di grande pregio come bronzo, argento, innesti lapidei e dettagli preziosi, non cercano mai l’effetto ornamentale. Al contrario, costruiscono presenze dense, figure seducenti e perturbanti, capaci di oscillare tra grazia e dolore, luce e tenebra, attrazione e inquietudine.

Nel lavoro di Zuccheri il mito non è una citazione né un rifugio nostalgico, ma uno strumento per riattivare domande sul presente. Le sculture di Federica Zuccheri trattano temi legati al desiderio, alla metamorfosi, alla vulnerabilità, alla seduzione e al potere, e li trasformano in immagini che non si esauriscono nella prima visione. La forma elegante, raffinata e spesso luminosa, non attenua mai la tensione interna dell’opera, ma la rende ancora più evidente. Proprio in questa coesistenza tra bellezza e inquietudine si riconosce uno dei tratti più autentici della sua ricerca.


«Accogliere una mostra di arte contemporanea negli spazi del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia significa assumersi una responsabilità e, insieme, riaffermare una visione, quella di un museo che non si limita alla conservazione, ma si riconosce come spazio dinamico di confronto tra epoche, linguaggi e sensibilità», dichiara Luana Toniolo, Direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e continua «Il sorriso della Sfinge di Federica Zuccheri si inserisce in questa prospettiva non come intervento episodico, né come semplice innesto formale, ma come occasione per interrogare il rapporto profondo tra l’antico e il contemporaneo».


Allestita sotto l’emiciclo affrescato di Villa Giulia, uno degli ambienti più suggestivi del complesso rinascimentale costruito per volere di papa Giulio III fra il 1551 e il 1553, su progetto di Jacopo Barozzi detto il Vignola, Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati, la mostra restituisce il carattere preciso della ricerca di Federica Zuccheri, in cui la scultura si afferma come linguaggio complesso, narrativo e simbolico.

In questo contesto, l’emiciclo affrescato non si limita a fare da cornice, ma partecipa attivamente alla costruzione dell’esperienza visiva. La sua architettura avvolgente, insieme ai pergolati, alle grottesche e alla costruzione illusionistica dello spazio, genera una vera macchina dello sguardo, un luogo in cui l’arte contemporanea può inserirsi non per sovrapposizione ma per risonanza.

La “selva” degli affreschi entra in dialogo con l’universo figurativo di Zuccheri, creando una continuità inattesa tra memoria decorativa e immaginazione contemporanea. Le sculture non si mimetizzano nello spazio, lo attraversano. Lo abitano come presenze vigili, capaci di instaurare con l’architettura e con il visitatore un rapporto diretto, mai pacificato.

Le opere sono sostenute da basi cromatiche blu, pensate come elemento di lettura e orientamento visivo, una scelta che dichiara con chiarezza la presenza del contemporaneo e rende più leggibile il confronto tra epoche, materiali e sistemi simbolici differenti.

Il progetto espositivo è firmato da Francesca Borelli, il coordinamento è affidato a Flavia Borelli, in un lavoro che ha tradotto la visione curatoriale in una configurazione spaziale capace di valorizzare l’identità delle sculture e, insieme, la complessità dell’emiciclo.
«Il sorriso della Sfinge è una forma di conoscenza che non si consegna subito», dichiara il curatore Tiziano M. Todi. «Non è un invito rassicurante, ma una soglia. In un luogo come l’emiciclo del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, progettato per costruire una relazione attiva con lo sguardo, le opere di Federica Zuccheri non cercano un’ambientazione, ma un confronto reale con l’architettura, con la memoria iconografica del luogo e soprattutto con chi guarda. La bellezza, qui, non addolcisce l’enigma, lo rende più netto, invitando il visitatore a sostare in quella zona in cui il visibile non coincide ancora con il dicibile».

Le opere di Zuccheri si distinguono anche per l’attenzione alla materia e alla superficie. Il bronzo e l’argento, insieme agli innesti e ai dettagli preziosi, partecipano pienamente alla costruzione del senso, trasformando la luce in presenza e facendo emergere una qualità mobile e cangiante della visione. La produzione delle opere vede la collaborazione della Bottega Mortet, storica attività romana, in un dialogo tra competenza artigianale e progettualità contemporanea che restituisce alle sculture una qualità tecnica e materica di straordinaria intensità.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da TWM Edizioni, concepito come un volume di pregio e come estensione naturale del progetto curatoriale. Attraverso testi e immagini, il volume restituisce la qualità delle opere, la ricchezza dei materiali e la specificità del dialogo instaurato con il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, offrendo uno strumento di approfondimento capace di accompagnare e prolungare l’esperienza della mostra. Il progetto nasce da un dialogo condiviso tra ricerca artistica, visione curatoriale e realizzazione espositiva, ed è realizzato da Galleria Vittoria di Roma, realtà che da anni accompagna il percorso dell’artista e contribuisce a dare continuità a una riflessione sul rapporto tra linguaggio classico e sensibilità contemporanea.

Allora…no volevo di alloro!!!

Laura Megna

Il nome tecnico è Laurus Nobilis è una pianta aromatica sempreverde appartenente alla famiglia delle lauraceae. Come molti di voi sapranno si usa in cucina per aromatizzare i piatti, ma è riduttivo dire che è solo questo. Ha anche proprietà terapeutiche antinfiammatorie ed ossidanti, antibatteriche e antifungine. Viene usata in agricoltura biologica per scacciare gli insetti da altre piante per poter evitare di usare prodotti chimici, è un repellente naturale degli afidi e delle mosche e altri parassiti. Pure usato secco è utilissimo per evitare che gli insetti possono attaccare i cibi. Io lo uso nella dispensa. Viene usato per i suoi oli essenziali e per il Feng Shui dona protezione e abbondanza si usa anche mettere una foglia del portafoglio, come porta fortuna.
Ma veniamo al significato che gli è stato sempre attribuito per questo motivo e per i suoi effetti non soltanto benefici.
Nella nostra storia è utilizzato moltissimo, possiamo ricordare nella Roma degli Imperatori che una corona d’alloro cingeva la testa e il capo dell’imperatore. Nella mitologia Apollo e Dafne. Tale rappresentazione oltre che nelle figure mitologiche è stata disegnata e portata agli occhi dello spettatore da grandissimi artisti come Giotto, Mantegna, Botticelli, Bernini, Poussin e numerosi altri.

Approfondiamo la storia di Apollo. Qui siamo nella rappresentazione iconografica del mito. La storia del mito parte dall’invidia di Eros che scagliò due frecce “fatate”, una al cuore di Apollo per fare innamorare e l’altra al cuore di Dafne per far respingere. Dafne era una Ninfa, fa parte delle naiadi, figlia del fiume, acqua in movimento, anche lei in parte divina, protegge la natura di cui era parte. Ricordiamo per questo le rappresentazioni delle naiadi in numerosissime Fontane sparse in molte città europee, alla Reggia di Caserta oltre che a Roma a Piazza Esedra, oggi Piazza della Repubblica e numerose altre1.
Ma ritorniamo a Dafne che, per sfuggire alla passione di Apollo, invocando l’aiuto divino, fu trasformata in una pianta di alloro.

Dettaglio di Apollo e Dafne, Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma. Fotografia: Laura Megna

Una delle figure che tutti ricordiamo per la meraviglia e lo stupore e l’esaltazione di questa trasformazione è la statua, in marmo di Carrara, di Gian Lorenzo Bernini realizzata tra il 1620 e il 1625, quando Bernini aveva circa 22-27 anni. Il pathos con cui viene trasformata Dafne e quello dell’ardore con cui Apollo tenta di catturarla e brama la sua figura, protagonista di un’evoluzione, di una trasformazione, in cui Dafne ha i piedi nella madre terra e le braccia verso l’alto a toccare il cielo, in un solo istante la terra la protegge e la nutre, i sentimenti e le passioni bruciano per trasformarla e l’aria l’accoglie cingendone le linee sinuose. Dafne si immola per seguire i suoi principi e la castità nella via della verità, pur di non cedere ad Apollo. Dalla dura pietra si vedono le linee della ninfa che scorrono verso l’alto in un turbine di impeto e potenza, sprigionate grazie alla maestria di Bernini e alla leggiadria di una trasformazione immortale.

Dettaglio di Apollo e Dafne, Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma. Fotografia: Laura Megna

Apollo contrito dagli eventi, capendo il suo gesto, anche se spinto dall’invidia e dal rancore di Eros, prende un ramo di alloro della sua amata persa e si cinge il suo capo, come monito di castità e incorruttibilità e per seguire la luce di cui è portatore, consentendo tramite quella corona di alloro di ricordare a tutti la strada da perseguire. Da questo gesto Apollo verrà raffigurato con la corona di alloro sul capo.

Apollo era il dio greco della luce, della musica, della poesia, della profezia e della medicina. Era anche associato al sole e considerato il protettore delle arti e della bellezza.
L’apposizione della corona di alloro è la speranza come sigillo della vittoria dell’intelletto sulle passioni, che bruciano per trasformare gli istinti in Sapienza.

L’alloro, simbolo e auspicio di castità e incorruttibilità viene posto sul capo dei vincitori e di coloro che, come simbolo, speranza e monito, hanno l’onore di guida di un popolo sul capo degli imperatori romani e dei re.
Ritroviamo la corona di alloro sul capo dei sommi poeti come ad esempio Dante, questo perché Apollo era il dio della poesia, ma anche della luce quella luce che colpendo coloro che aprono il loro intelletto alla Sapienza ne cingono il capo come simbolo di luce, di guida quindi di speranza per perseguire la giusta via della giustizia e della Sapienza.
Allora…no volevo dire alloro…più di una pianta e la sublimazione della Sapienza nell’amore della canoscenza sugli istinti.
Altra nota erbacea, l’alloro si può cucinare, si può usare, si può bruciare, ma non si può mangiare, è velenoso2, così come la canoscenza e l’esperienza se usate male o non usate, la luce come simbolo di Apollo, il caos delle passioni che solo la luce e l’esperienza sublimata dal fuoco può perseguire le virtù dell’uomo e della Sapienza.

“Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”

Fotografie: Laura Megna

  1. Fontana delle Naiadi di Firenze al Giardino di Boboli, Fontana delle Naiadi al parco di Monza, Fontana delle Naiadi a Lione, Fontana delle Naiadi a Venezia giardini della Biennale, Fontana delle Naiadi a Napoli giardino comunale e ovviamente tutte le fontane in cui viene associata una figura femminile come una divinità acquatica simile alle Naiadi potrebbe essere elencate. ↩︎
  2. Alcune tipologie di alloro contengono acido cianidrico. In generale non fa bene l’ingestione dell’alloro, può avere numerosi effetti collaterali. ↩︎

Una mostra fotografica per festeggiare i 25 anni di Amorim Cork Italia

La Mostra “Il passo del viandante”, dal 05 ottobre 2024 al 03 novembre 2024 nella suggestiva cornice della Sala del Novecento, a Palazzo Sarcinelli, Conegliano, raccontale Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene attraverso l’obiettivo fotografico di Arcangelo Piai in un percorso iconografico, letterario e multimediale nel quale i visitatori sono invitati a soffermarsi sulla bellezza e la fragilità di un territorio, al contempo antico e attuale. Una sensibilità di occhio esperto del paesaggio: i visitatori possono apprezzare la profondità e la ricchezza di uno scenario che, attraverso l’arte, rivela la sua anima più autentica e suggestiva. La Mostra trova poi espressione nel volume omonimo, “Il passo del viandante”, che si articola in quattro sezioni, ognuna dedicata a un diverso momento della giornata: alba, mattino, pomeriggio e sera. Le foto sono accompagnate da un racconto di Alberto Ceschin che segue le riflessioni di un misterioso viandante in cammino attraverso le Colline del Prosecco. Il testo, diviso nelle quattro fasi del giorno, abbina ad esse i quattro momenti fondamentali del passo.

Prima attraverso gli investimenti nell’ampliamento aziendale presso la sede di Conegliano (TV), ora con l’esposizione, Amorim Cork Italia ha deciso così di festeggiare questi 25 anni ringraziando il territorio per l’accoglienza, fertile per i tanti progetti portati avanti negli anni a livello nazionale. Una scelta che si dimostra coerente, anche, con gli investimenti nella sostenibilità portati avanti negli anni dall’azienda, tra le prime in Italia a credere e implementare una economia circolare. I quattro pilastri su cui l’ha fondata sono la sostenibilità ambientale con un prodotto e una filiera totalmente naturali, fino al recupero dei tappi usati, quella sociale con il progetto Etico che offre finanziamenti e dignità a decine di onlus in tutta Italia, quella economica con la realizzazione di Suber, arredamento di alto livello ottenuto dai tappi in sughero riciclati e, infine, appunto, culturale con la realizzazione di questa mostra, dopo quella del 2022 “SUG_HERO – Metaforme – Le mille vite di uno straordinario dono della natura, il sughero”, nata per valorizzare e testimoniare i valori che animano l’azienda.

«La Mostra “Il passo del viandante” è una scelta in linea con tante iniziative portate avanti negli anni da Amorim Cork Italia – afferma l’a.d. Carlos Veloso dos Santos – tra cui proprio la valorizzazione dell’arte e degli artisti locali. Abbiamo voluto dare rilievo al patrimonio naturale offrendo non solo un’opportunità culturale, ma anche un messaggio di rispetto e amore per la terra, unendo arte e sostenibilità in un connubio perfetto.».

La Mostra “Il passo del viandante” rimane aperta dal 05 ottobre 2024 al 03 novembre 2024 nella suggestiva cornice della Sala del Novecento, a Palazzo Sarcinelli, Conegliano (TV), nei seguenti giorni e orari:

da martedì a venerdì dalle ore 15:00 alle ore 19:00,

sabato e domenica dalle ore 10:00 alle ore 19:00.

Tutte le mattine infrasettimanali a richiesta per gruppi, info e prenotazioni: 0438 394971

Il Gruppo Amorim è la prima azienda al mondo nella produzione di tappi in sughero, in grado di coprire da sola nel 2023 il 45% del mercato mondiale di questo comparto e il 28% del mercato globale di chiusure per vino; conta un totale di 56 filiali di cui 22 distribuite nei principali Paesi produttori di vino. Il Gruppo Amorim esporta in più di 100 Paesi e ha le sue aziende in 28 Paesi nei cinque continenti.

Amorim Cork Italia, con sede a Conegliano (Treviso), filiale italiana del Gruppo Amorim, si è confermata nel 2023 azienda leader del mercato del Paese. Con i suoi 75 dipendenti, nel 2023 ha registrato oltre 633 milioni di tappi venduti per un fatturato di 77 milioni di euro, pari al +2,5% rispetto all’anno precedente. La leadership di Amorim è dovuta ad una solida rete tecnico-commerciale distribuita su tutto il territorio della penisola, ad un efficace servizio di assistenza pre e post vendita ma anche all’avanguardia dei suoi sistemi produttivi e gestionali e soprattutto del suo reparto Ricerca&Sviluppo, al quale si associa una spiccata sensibilità per la tutela dell’ambiente e in particolare per la salvaguardia delle foreste da sughero. Accento vigoroso anche quello sulle risorse umane, con una serie di iniziative di work-life balance per una migliore armonia tra vita personale e lavorativa della grande famiglia Amorim. Tra gli ultimi grandi traguardi raggiunti, infine, il compimento perfetto dell’economia circolare grazie alla linea SUBER, arredo di design nato dalla granina dei tappi raccolti dalle onlus del progetto ETICO (di Amorim stessa) e riciclati. Un’opera di sostenibilità divenuta anche culturale grazie alla Mostra “SUG_HERO – Metaforme – Le mille vite di uno straordinario dono della natura, il sughero”, esposizione nata per valorizzare e testimoniare i valori che animano l’azienda.