Allora…no volevo di alloro!!!

Laura Megna

Il nome tecnico è Laurus Nobilis è una pianta aromatica sempreverde appartenente alla famiglia delle lauraceae. Come molti di voi sapranno si usa in cucina per aromatizzare i piatti, ma è riduttivo dire che è solo questo. Ha anche proprietà terapeutiche antinfiammatorie ed ossidanti, antibatteriche e antifungine. Viene usata in agricoltura biologica per scacciare gli insetti da altre piante per poter evitare di usare prodotti chimici, è un repellente naturale degli afidi e delle mosche e altri parassiti. Pure usato secco è utilissimo per evitare che gli insetti possono attaccare i cibi. Io lo uso nella dispensa. Viene usato per i suoi oli essenziali e per il Feng Shui dona protezione e abbondanza si usa anche mettere una foglia del portafoglio, come porta fortuna.
Ma veniamo al significato che gli è stato sempre attribuito per questo motivo e per i suoi effetti non soltanto benefici.
Nella nostra storia è utilizzato moltissimo, possiamo ricordare nella Roma degli Imperatori che una corona d’alloro cingeva la testa e il capo dell’imperatore. Nella mitologia Apollo e Dafne. Tale rappresentazione oltre che nelle figure mitologiche è stata disegnata e portata agli occhi dello spettatore da grandissimi artisti come Giotto, Mantegna, Botticelli, Bernini, Poussin e numerosi altri.

Approfondiamo la storia di Apollo. Qui siamo nella rappresentazione iconografica del mito. La storia del mito parte dall’invidia di Eros che scagliò due frecce “fatate”, una al cuore di Apollo per fare innamorare e l’altra al cuore di Dafne per far respingere. Dafne era una Ninfa, fa parte delle naiadi, figlia del fiume, acqua in movimento, anche lei in parte divina, protegge la natura di cui era parte. Ricordiamo per questo le rappresentazioni delle naiadi in numerosissime Fontane sparse in molte città europee, alla Reggia di Caserta oltre che a Roma a Piazza Esedra, oggi Piazza della Repubblica e numerose altre1.
Ma ritorniamo a Dafne che, per sfuggire alla passione di Apollo, invocando l’aiuto divino, fu trasformata in una pianta di alloro.

Dettaglio di Apollo e Dafne, Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma. Fotografia: Laura Megna

Una delle figure che tutti ricordiamo per la meraviglia e lo stupore e l’esaltazione di questa trasformazione è la statua, in marmo di Carrara, di Gian Lorenzo Bernini realizzata tra il 1620 e il 1625, quando Bernini aveva circa 22-27 anni. Il pathos con cui viene trasformata Dafne e quello dell’ardore con cui Apollo tenta di catturarla e brama la sua figura, protagonista di un’evoluzione, di una trasformazione, in cui Dafne ha i piedi nella madre terra e le braccia verso l’alto a toccare il cielo, in un solo istante la terra la protegge e la nutre, i sentimenti e le passioni bruciano per trasformarla e l’aria l’accoglie cingendone le linee sinuose. Dafne si immola per seguire i suoi principi e la castità nella via della verità, pur di non cedere ad Apollo. Dalla dura pietra si vedono le linee della ninfa che scorrono verso l’alto in un turbine di impeto e potenza, sprigionate grazie alla maestria di Bernini e alla leggiadria di una trasformazione immortale.

Dettaglio di Apollo e Dafne, Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma. Fotografia: Laura Megna

Apollo contrito dagli eventi, capendo il suo gesto, anche se spinto dall’invidia e dal rancore di Eros, prende un ramo di alloro della sua amata persa e si cinge il suo capo, come monito di castità e incorruttibilità e per seguire la luce di cui è portatore, consentendo tramite quella corona di alloro di ricordare a tutti la strada da perseguire. Da questo gesto Apollo verrà raffigurato con la corona di alloro sul capo.

Apollo era il dio greco della luce, della musica, della poesia, della profezia e della medicina. Era anche associato al sole e considerato il protettore delle arti e della bellezza.
L’apposizione della corona di alloro è la speranza come sigillo della vittoria dell’intelletto sulle passioni, che bruciano per trasformare gli istinti in Sapienza.

L’alloro, simbolo e auspicio di castità e incorruttibilità viene posto sul capo dei vincitori e di coloro che, come simbolo, speranza e monito, hanno l’onore di guida di un popolo sul capo degli imperatori romani e dei re.
Ritroviamo la corona di alloro sul capo dei sommi poeti come ad esempio Dante, questo perché Apollo era il dio della poesia, ma anche della luce quella luce che colpendo coloro che aprono il loro intelletto alla Sapienza ne cingono il capo come simbolo di luce, di guida quindi di speranza per perseguire la giusta via della giustizia e della Sapienza.
Allora…no volevo dire alloro…più di una pianta e la sublimazione della Sapienza nell’amore della canoscenza sugli istinti.
Altra nota erbacea, l’alloro si può cucinare, si può usare, si può bruciare, ma non si può mangiare, è velenoso2, così come la canoscenza e l’esperienza se usate male o non usate, la luce come simbolo di Apollo, il caos delle passioni che solo la luce e l’esperienza sublimata dal fuoco può perseguire le virtù dell’uomo e della Sapienza.

“Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”

Fotografie: Laura Megna

  1. Fontana delle Naiadi di Firenze al Giardino di Boboli, Fontana delle Naiadi al parco di Monza, Fontana delle Naiadi a Lione, Fontana delle Naiadi a Venezia giardini della Biennale, Fontana delle Naiadi a Napoli giardino comunale e ovviamente tutte le fontane in cui viene associata una figura femminile come una divinità acquatica simile alle Naiadi potrebbe essere elencate. ↩︎
  2. Alcune tipologie di alloro contengono acido cianidrico. In generale non fa bene l’ingestione dell’alloro, può avere numerosi effetti collaterali. ↩︎

Una mostra fotografica per festeggiare i 25 anni di Amorim Cork Italia

La Mostra “Il passo del viandante”, dal 05 ottobre 2024 al 03 novembre 2024 nella suggestiva cornice della Sala del Novecento, a Palazzo Sarcinelli, Coneglianoraccontale Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene attraverso l’obiettivo fotografico di Arcangelo Piai in un percorso iconografico, letterario e multimediale nel quale i visitatori sono invitati a soffermarsi sulla bellezza e la fragilità di un territorio, al contempo antico e attuale. Una sensibilità di occhio esperto del paesaggio: i visitatori possono apprezzare la profondità e la ricchezza di uno scenario che, attraverso l’arte, rivela la sua anima più autentica e suggestiva. La Mostra trova poi espressione nel volume omonimo, “Il passo del viandante”, che si articola in quattro sezioni, ognuna dedicata a un diverso momento della giornata: alba, mattino, pomeriggio e sera. Le foto sono accompagnate da un racconto di Alberto Ceschin che segue le riflessioni di un misterioso viandante in cammino attraverso le Colline del Prosecco. Il testo, diviso nelle quattro fasi del giorno, abbina ad esse i quattro momenti fondamentali del passo.

Prima attraverso gli investimenti nell’ampliamento aziendale presso la sede di Conegliano (TV), ora con l’esposizione, Amorim Cork Italia ha deciso così di festeggiare questi 25 anni ringraziando il territorio per l’accoglienza, fertile per i tanti progetti portati avanti negli anni a livello nazionale. Una scelta che si dimostra coerente, anche, con gli investimenti nella sostenibilità portati avanti negli anni dall’azienda, tra le prime in Italia a credere e implementare una economia circolare. I quattro pilastri su cui l’ha fondata sono la sostenibilità ambientale con un prodotto e una filiera totalmente naturali, fino al recupero dei tappi usati, quella sociale con il progetto Etico che offre finanziamenti e dignità a decine di onlus in tutta Italia, quella economica con la realizzazione di Suber, arredamento di alto livello ottenuto dai tappi in sughero riciclati e, infine, appunto, culturale con la realizzazione di questa mostra, dopo quella del 2022 “SUG_HERO – Metaforme – Le mille vite di uno straordinario dono della natura, il sughero”, nata per valorizzare e testimoniare i valori che animano l’azienda.

«La Mostra “Il passo del viandante” è una scelta in linea con tante iniziative portate avanti negli anni da Amorim Cork Italia – afferma l’a.d. Carlos Veloso dos Santos – tra cui proprio la valorizzazione dell’arte e degli artisti locali. Abbiamo voluto dare rilievo al patrimonio naturale offrendo non solo un’opportunità culturale, ma anche un messaggio di rispetto e amore per la terra, unendo arte e sostenibilità in un connubio perfetto.».

La Mostra “Il passo del viandante” rimane aperta dal 05 ottobre 2024 al 03 novembre 2024 nella suggestiva cornice della Sala del Novecento, a Palazzo Sarcinelli, Conegliano (TV), nei seguenti giorni e orari:

da martedì a venerdì dalle ore 15:00 alle ore 19:00,

sabato e domenica dalle ore 10:00 alle ore 19:00.

Tutte le mattine infrasettimanali a richiesta per gruppi, info e prenotazioni: 0438 394971

Il Gruppo Amorim è la prima azienda al mondo nella produzione di tappi in sughero, in grado di coprire da sola nel 2023 il 45% del mercato mondiale di questo comparto e il 28% del mercato globale di chiusure per vino; conta un totale di 56 filiali di cui 22 distribuite nei principali Paesi produttori di vino. Il Gruppo Amorim esporta in più di 100 Paesi e ha le sue aziende in 28 Paesi nei cinque continenti.

Amorim Cork Italia, con sede a Conegliano (Treviso), filiale italiana del Gruppo Amorim, si è confermata nel 2023 azienda leader del mercato del Paese. Con i suoi 75 dipendenti, nel 2023 ha registrato oltre 633 milioni di tappi venduti per un fatturato di 77 milioni di euro, pari al +2,5% rispetto all’anno precedente. La leadership di Amorim è dovuta ad una solida rete tecnico-commerciale distribuita su tutto il territorio della penisola, ad un efficace servizio di assistenza pre e post vendita ma anche all’avanguardia dei suoi sistemi produttivi e gestionali e soprattutto del suo reparto Ricerca&Sviluppo, al quale si associa una spiccata sensibilità per la tutela dell’ambiente e in particolare per la salvaguardia delle foreste da sughero. Accento vigoroso anche quello sulle risorse umane, con una serie di iniziative di work-life balance per una migliore armonia tra vita personale e lavorativa della grande famiglia Amorim. Tra gli ultimi grandi traguardi raggiunti, infine, il compimento perfetto dell’economia circolare grazie alla linea SUBER, arredo di design nato dalla granina dei tappi raccolti dalle onlus del progetto ETICO (di Amorim stessa) e riciclati. Un’opera di sostenibilità divenuta anche culturale grazie alla Mostra “SUG_HERO – Metaforme – Le mille vite di uno straordinario dono della natura, il sughero”, esposizione nata per valorizzare e testimoniare i valori che animano l’azienda.

Bajocco Festival Arti Performative 2024

Torna il 6. 7. 8. Settembre ad Albano Laziale

Bajocco Festival Arti Performative 2024

Tredicesima edizione dell’atteso evento nel cuore della città, che celebra l’arte di strada in tutte le sue forme con un ricco cartellone di spettacoli, laboratori, street food ed eventi correlati.

Sfilate di apertura Venerdì 6 ore 18:00 | Sabato 7 ore 18:30 | Domenica 8 ore 16:30

ALBANO LAZIALE (Rm) – 170 Spettacoli gratuiti circensi e musicali, un’installazione itinerante direttamente dal Carnevale di Viareggio, 2 mostre correlate (arte digitale e fotografia), la presentazione di un libro e di un cortometraggio animato, 4 aree street food, laboratori e aree ludiche, un concorso fotografico e tanto, tanto altro ancora.

ph Claudio Monderna

La tredicesima edizione di Bajocco Festival 2024, dal 6 all’8 settembre 2024 ad Albano Laziale (RM), si preannuncia come la più ricca fin qui realizzata. Bajocco è diventato nel tempo un festival sempre più artistico– sottolinea Gianluca Pelle, Presidente dell’Associazione XV Miglio ETS, ideatrice e organizzatrice dell’evento – dove il cartellone delle proposte/spettacoli assume, ogni anno che passa, maggiore consapevolezza della propria responsabilità culturale“.

Tra i principali festival di artisti di strada in Italia, punto di riferimento artistico e culturale del territorio, il festival è promosso da Ministero della Cultura, Regione Lazio, Città metropolitana di Roma Capitale, Città di Albano Laziale, Parco dei Castelli Romani, Meraviglia Italiana, il circuito United for Busking, ed è realizzato in collaborazione con il Comune di Albano Laziale.

Una manifestazione nata piccola, con numeri oggi da grande evento: 190mila presenze in tre giorni nel 2023. Decine di artisti circensi e musicali, dall’Italia e dall’Estero sono pronti ad esibirsi nel grande palcoscenico a cielo aperto del centro storico di Albano Laziale in un’atmosfera incantata che stupirà grandi e piccini.

L’IMMAGINE UFFICIALE BAJOCCO 2024 FIRMATA DA PIERO SCHIRINZI. Creatività a tutto tondo, dunque, con gli elementi del festival che trovano la loro sintesi narrativa nell’immagine ufficiale 2024 creata e curata dall’illustratore digitale Piero Schirinzi. Omaggio all’artista francese Marcel Marceau e al suo personaggio “Bip il clown”, attraverso il quale ha ricordato sempre l’importanza dell’arte soprattutto nelle avversità.

ph Simone Ferrazza

EVENTI CORRELATI – LE PROPOSTE CULTURALI PRESSO IL MUSEO CIVICO DI ALBANO. Per quanti desiderano vivere l’evento in modo diverso, tra gli Eventi Correlati in linea con questa edizione, spiccano le proposte presso il Museo Civico Mario Antonacci di Albano Laziale:

  • Mostra fotografica “La strada di un Artista” del fotografo Marco Flores, direttamente dalla casa museo di Alda Merini dove è stata allestita lo scorso marzo, arriva l’esposizione che racconta la street art, frutto di un progetto fotografico di street photography dedicato ai buskers di Milano. (Venerdì 6 e Sabato 7 settembre 2024 dalle 20:00 alle 24.00 | Domenica 8 settembre dalle 18:00 alle 22:00).
  • Mostra personale “L’arte digitale” di Piero Schirinzi, in cui l’illustratore grafico leccese, presenterà una selezione di lavori che raccontano il suo percorso, i temi pittorici, la tecnica da lui utilizzata. (Venerdì 6 e Sabato 7 settembre 2024 dalle 20:00 alle 24.00 | Domenica 8 settembre dalle 18:00 alle 22:00).
  • Proiezione del cortometraggio animato “Addhumare”, una fiaba d’amore salentina. Realizzato nel 2023 da Hermes Mangialardo, su musica dei Khaossia-Ethno ensemble salentina, con le illustrazioni di Piero Schirinzi, il corto ha vinto 11 Premi in diversi Festival Internazionali del Cinema.La proiezione introdurrà la mostra di Arte Digitale di Piero Schirinzi. (Proiezione Venerdì 6 e Sabato 7 settembre 2024 dalle 20:00 alle 24.00 | Domenica 8 settembre dalle 18:00 alle 22:00).
  • Presentazione del libro “Patapum” e incontro con l’autrice Sofia Schito. In un libro la straordinaria storia di Marcel Marceau e di come attraverso l’arte, il coraggio e la resilienza si sono potuti salvare tanti bambini ebrei. (Sabato 7 settembre ore 19:00).

“UN MONDO DA SALVARE”, INSTALLAZIONE MOBILE DI LORENZO PAOLI. Suggestiva esibizione itinerante progettata e realizzata dall’architetto e artista toscano Lorenzo Paoli, direttamente dal Carnevale di Viareggio 2024. Un bambino dalla pelle scura e dai grandi occhi azzurri, unione ideale delle diverse etnie del pianeta, cammina tra la folla stringendo il suo orsacchiotto; nello zaino alle sue spalle tiene stretto il Mondo da salvare, perché solo l’anima pura e innocente di un bambino può portarlo sulla giusta strada, alla ricerca di un futuro di felicità.

LABORATORIO DI PITTURA FONDAZIONE LENE THUN. Un laboratorio di pittura con soggetti ceramici THUN, aperto a grandi e piccini, uno spazio di raccolta fondi per i laboratori di ceramico-terapia nelle oncologie pediatriche italiane. La Fondazione Lene Thun, infatti, nasce nel 2006 e dal 2014 offre all’interno degli ospedali italiani ed europei, principalmente nelle oncoematologie pediatriche, un servizio gratuito e permanente di terapia ricreativa attraverso la modellazione dell’argilla. (Via Cavour – domenica 18:00 – 22:00)

BAJOCCO VOICE. Una delle novità di questa tredicesima edizione è lo spazio interviste, in diretta Social dalla postazione di Piazza Mazzini, dedicato ai protagonisti del festival e alle loro storie. Un modo per conoscere Bajocco Festival in modo più appassionante.    

STREET FOOD. Godere di Bajocco Festival, gustando sfiziose proposte street food nelle 4 aree gastronomiche all’interno dell’anello della manifestazione: Piazza Pia, Viale Risorgimento-Area Museo, Piazza Gramsci, Piazza Anna Maria Teresa Maggiori.

CONCORSO FOTOGRAFICO “BAJOCCO CLICK”. Una sfida tra amanti della fotografia, professionisti e non, nel catturare i momenti più belli e suggestivi del festival. (Iscrizioni nei giorni dell’evento presso il Punto dell’Associazione XV Miglio in Corso Matteotti, 117).

LOTTERIA BAJOCCO FESTIVAL. L’Associazione XV Miglio ETS ha indetto una lotteria di autofinanziamento. Acquistano un biglietto al di 4 euro si partecipare all’estrazione di 12 premi, tra cui un soggiorno per due persone in un Villaggio Futura Club del valore di 1.100 euro. I fondi raccolti consentiranno di organizzare tutte le attività di Bajocco Festival. (Biglietti in vendita nei tre giorni dell’evento presso il Punto Info dell’Associazione XV Miglio in Corso Matteotti, 117).

Sostiene Bajocco Festival, la Fondazione Marta Czok che ha donato un’opera grafica tra i premi della lotteria di autofinanziamento.

INFORMAZIONI

Quando: 6. 7. 8. Settembre 2024

Dove: Centro Storico Albano Laziale (RM)

Sito web: www.bajoccofestival.com

Programma completo delle esibizioni circensi e musicali, e degli eventi correlati: https://issuu.com/associazionexvmiglio/docs/pieghevole_web_bajocco_festival_2024_copia_di_agos

Video-promo edizione 2024: www.youtube.com/@associazioneculturalexvmig7314

L’Associazione XV Miglio ETS è:

Socio fondatore ANAP – Associazione Nazionale Arti Performative.

Socio fondatore UFB – United for Busking, rete organizzatori festival di arti di strada.

Paesaggi e Natura, la nuova collettiva di Galleria Studio Cico

Domenica 14 gennaio 2024, è stata inaugurata la mostra collettiva “Paesaggi e Natura“, a cura di Cinzia Cotellessa, presso la Galleria Studio Cico, in via Gallese 8, Roma.
Il critico d’arte Piero Zanetov e la stessa Cotellessa, hanno selezionato per questo evento i seguenti artisti: Bacci, Capuano, Castellari D’Orazio, Di Mario, Gandini, Garzillo, Gudenko, Iannone, Luciani Fulbright, Mengoni, Stronati, Tufano, Uber, Valdinoci, Veneziani e Versace.
«Con Paesaggi e Natura – ha dichiarato la curatrice – si è voluto indicare una linea per creare all’interno dell’esposizione un percorso omogeneo e discorsivo dove l’artista può spaziare sul tema in un caleidoscopio di forme e colori».
Nell’ideare la collettiva, la Galleria Studio Cico si unisce a una lunga tradizione di artisti che hanno plasmato il concetto di paesaggio e natura attraverso il loro genio creativo. In tutte le epoche, infatti, il paesaggio è stato presente nelle opere d’arte; come sfondo dei ritratti o delle opere sacre, o per simboleggiare la complicata e mutevole condizione umana. La natura sarà interpretata in qualsiasi stagione, in qualsiasi forma, reale o fantastica. Una goccia di rugiada che scivola lenta su un vetro o un fuoco che scoppietta in un camino o un animale che contempla il tramonto. Astratta e concreta.
«Ho dipinto la natura per tutta la mia vita, spesso cercando di coglierne l’anima e la
vitalità. Ogni paesaggio è un’emozione fissa sulla tela» diceva il pittore Claude Monet.
Mentre, per Vincent van Gogh è la natura il modello: «Preferisco dipingere esterni. È lì che si trova l’ispirazione, e la pace della campagna mi aiuta a lavorare meglio».
Il pensiero dei maestri passati guidano lo spettatore attraverso il percorso della mostra “Paesaggi e Natura”, offrendo un contesto prezioso e stimolante per l’esplorazione delle opere degli artisti contemporanei coinvolti nella mostra.
«La realizzazione di questa collettiva lancia un messaggio profondo – conclude Cinzia Cotellessa -. La rappresentazione del mondo circostante sarà quella che vedono gli occhi degli artisti. Un mondo che l’uomo distrugge, tra inconsapevolezza e colpa, in nome di sviluppo e progresso».
L’esposizione avrà una durata di 15 giorni con personale di vendita dalle ore 12 alle 19.30 (escluso festivi), e terminerà il 28 gennaio 2024.

Moda e Reportage: le fotografie di Stefano Massimo

VERNISSAGE Spazio all’Arte di Capitolum Art giovedì 16 novembre dalle 18:30

Tredici gli scatti selezionati, accompagnati nel Catalogo da un commento critico di Adriana Soares pubblicato da Il Giornale OFF. Alcune, come “Coprifuoco, Gaza, 1988”, esiti di reportage di tragica attualità. Scrive Willy Zuco nell’introduzione al Catalogo: “Oscillando dalla leggerezza della moda alla drammaticità del reportage, con uno sguardo anche rivolto alla delicata sensualità femminile, le foto di Stefano Massimo hanno la capacità di mettere chi le guarda a contatto con le emozioni di tutte queste contrapposizioni”.

Capitolium Art Roma Spazio all’Arte

Via delle Mantellate 14/b-00165 Roma

e-mail: roma@capitoliumart.it tel. 06.84017189

web: capitoliumart.it

Stefano Massimo in primis lavora con la composizione, come racconta in una delle sue interviste lo stesso Fotografo. La sua ricerca di bellezza va nella direzione dell’armonia e dell’equilibrio, oltre che dell’andare oltre, verso il senso, al di là della resa superficiale della foto. Il secondo obiettivo è quello dell’emozione, ricercarla in quello che guarda per poi restituirla all’osservatore. Concorrono a definire i suoi scatti l’amore per la vita di campagna e la cultura genuina ereditata da suo padre insieme al suo gusto per le cose raffinate e ad uno sguardo aperto anche verso la molteplicità di culture altre con cui era entrato in contatto durante la sua vita. Tutto questo influenza il suo linguaggio fotografico, che necessariamente fa i conti anche con la rivoluzione digitale che ha fortemente impattato il mondo della fotografia, ma per quanto possibile nell’alveo della tradizione. Ad esempio, con il rifiuto di ogni manipolazione delle immagini quale oggi possibile. Gli paiono tecniche capaci infine di svilire il valore del fotografo-artista, la sua stessa immaginazione e quella di chi guarda le sue foto. Sembra scontato, ma è poi centrale il contatto visivo, che per Massimo si traduce nell’utilizzo di obbiettivi corti, come il 58mm, o il 28mm per il reportage, più difficili da usare, ma le cui performances davvero gli hanno permesso di inserire tutto un mondo in uno scatto, donando alla foto importanza e voce.

Inaugura” Oriente”, la nuova collettiva della Galleria CiCo

Lunedì 29 maggio 2023, dalle ore 18.00, la Galleria Studio CiCo, in Via Gallese 8 | 10 | 12, inaugura la Mostra collettiva di Arte Contemporanea “ORIENTE”

La mostra, curata da Cinzia Cotellessa e Francesca Romana Lobianco, presentata dal critico d’arte Piero Zanetov e dal giornalista Domenico Briguglio, intende ripercorrere la profonda fascinazione che l’ Oriente ha da sempre esercitato sulla cultura occidentale e sul nostro immaginario. 

L’Oriente, percepito come un “mondo di sogni” ricco di una storia millenaria, di terre esotiche e misteriose, nonostante la corsa alla modernizzazione e alle evoluzioni tecnologiche, custodisce una ricchezza di modalità espressive profondamente diverse da quelle cui siamo abituati, in grado di farci sognare e viaggiare. 

Il solo termine “Oriente” è in grado di evocare magia, sogno, evasione, così come le opere degli artisti presenti a questa esposizione. 

Gli Artisti: Alberti, Annaluna, Angelucci, Aulicino, Badini, Bisozzi, Bolognesi, Cerutti, Cibulova, Cotellessa, Coppi, Corsi, D’Ascia, Di Curzio, Faina, Fanfani, Garzillo, Gatti, Maresti, Mastropino, Ogliari, Pellacani, Pennacchia, Pio, Romagnoli, Tanino, Tancioni, Uber, Valdinoci, Viglietti, che attraverso dipinti, stampe, oggetti d’arredo, sculture e oggetti d’ arte applicata, hanno rappresentato una personale visione dell’ Oriente. 

La mostra sarà aperta dal lunedì al sabato dalle ore 12.00 alle ore 19.00 fino al 12 giugno 2023. 

Si ringraziano 

Casale del Giglio, Ferratese Parfums 

La personale di Maurizio Cannavacciuolo al Visionarea ArtSpace

La pittura di uno dei più originali, ironici e complessi artisti italiani postmoderni, arriva a Visionarea ArtSpace di Roma in due inediti cicli di opere che sembrano voler raffigurare la convivenza di culture, credenze, religioni, miti, icone del consumo, del nostro tempo e della storia dell’Uomo attraverso i secoli e nelle pieghe della modernità. Si tratta di Don’t Worry Don’t Worry Don’t Worry Be Happy Be Happy Be Happy, mostra personale di Maurizio Cannavacciuolo – dal 18 aprile al 18 maggio, a cura di Marco Tonelli – che, per l’occasione, presenta un ciclo di 11 dipinti rigorosamente in bianco e nero, realizzati tra 2021 e 2022, sui temi eclettici, esotici, polisegnici, ricchi di riferimenti a culture e popoli della storia contemporanea e antica, orientali e occidentali, a lingue e iconografie sacre e profane allo stesso tempo.

Don’t Worry Don’t Worry Don’t Worry Be Happy Be Happy Be Happy, mostra personale di Maurizio Cannavacciuolo a cura di Marco Tonelli, è organizzata con il supporto della Fondazione Cultura e Arte, ente strumentale della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, presieduta dal Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele.

Il personale melting pot globale del pittore diventa in queste opere un contenitore di simboli, storie, pattern geometrici arabeggianti e optical che invitano ad essere letti, interpretati, scoperti, come se l’osservatore dovesse mentalmente unire le figure nei loro intrecci nascosti e nelle loro molteplici relazioni, in un caleidoscopio ermeneutico senza fine. Maurizio Cannavacciuolo, infatti, è da sempre concentrato nella sua pittura in una ricerca che indaga simboli e immagini del presente, icone pop e citazioni colte annegate in un intreccio di decori e sovrapposizioni di immagini, fino ad annullare ogni intento narrativo in un approccio essenzialmente ironico.

La serie di 6 grandi dipinti dal titolo Metempsychosis, Circle Song 1-6, unisce quindi, nel classico stile di Cannavacciuolo, l’alto e il basso, il triviale e il colto, la storia e il camp, la pubblicità e il sacro, intrecciando immagini che vanno dai tatuaggi della gang salvadoregna Mara Salvatrucha a divinità indù come Ganesh e Khali, da raffigurazioni di pipistrelli e disegni tecnici di automobili  ai chitarristi Jimi Hendrix, Robert Fripp o Andrés Segovia, da simboli della cultura Yoruba, del Candomblè e della Santeria a pozioni magiche o terapeutiche come la polvere di Iboga, da demoni benigni come il Saci-Pererê a Ermete Trismegisto. Senza contare una varietà sconfinata di motivi decorativi tratti da culture varie, dai tessuti giapponesi e sovietici ai reticoli a ghirlanda ornamentali islamici fino a pentagrammi musicali.  

In un ciclo di 5 opere più piccole in mostra, realizzate tutte nel 2022 e caratterizzate dal marchio VS (nel senso di Versus o scontro), Cannavacciuolo riprende a sua volta una serie storie e dialoghi di dipinti realizzati alla fine degli anni Novanta a Cuba, ai quali dà ora titoli che sembrano incomprensibili giochi di parole o scioglilingua in vari idiomi, dallo spagnolo Hombre de negocio VS Chulito Lindo allo svedese Kakelmannen VS De tre aständiga männen all’inglese Gimme Five VS The Partially Invisible Breeze.

Commenta il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale: «La ricerca iconografica di Maurizio Cannavacciuolo è intrisa di quel certo humor tipico del teatro dell’assurdo ed è caratterizzata da una figurazione che indugia tra il fumetto, la citazione delle pubblicità di un tempo e un vasto substrato di simbologie sacre e profane. Si tratta di una visione ironica dell’arte che tuttavia, supportata da uno stile pittorico intriso della tradizione mediterranea ma con influenze medio-orientali, arriva alle radici della nostra cultura (e dell’incontro con altre culture) inducendoci alla riflessione. Cannavacciuolo stesso definisce i propri lavori come “machine à penser”, in quanto il suo scopo dichiarato è indurre lo spettatore a rallentare la percezione e a godere della narrazione, esaminando ogni singolo dettaglio dell’opera senza il condizionamento di concetti predeterminati. Il tutto, sorretto da un accurato stile pittorico e dall’utilizzo di una tecnica classica qual è l’olio su tela.».

Maurizio Cannavacciuolo (nato a Napoli nel 1954, vive e lavora Roma) a metà degli anni ’70 abbandona gli studi di architettura e avvia la sua attività artistica con la Galleria Lucio Amelio di Napoli. Tra le sue mostre personali da segnalare quelle presso il Museum Puri Lukisan, Ubud-Bali nel 1989; la Galleria Gian Enzo Sperone a Roma nel 1993 e nel 1997; Studio Guenzani a Milano nel 1993 e nel 1998; Sperone Westwater a New York nel 1997 e la Fundacion Ludwig de Cuba a La Havana nel 1997; Asprey-Jacques a Londra nel 1999; la Galleria Cardi a Milano nel 2000; il Museo de Arte Contemporaneo Franco Noero a Torino e Francesca Kaufmann a Milano nel 2001; il Museu da Republica Rio de Janeiro nel 2002; Santiago de Chile e Sprovieri a Londra nel 2003 (e poi 2006 e nel 2009); l’Isabella Stewart Gardner Museum a Boston nel 2004 e nel 2016; il Baltic Center for Contemporary Art di Gateshead nel 2005; la Galleria Pack e la Galleria Giovanni Bonelli a Milano nel 2019; Palazzo Collicola a Spoleto nel 2021. Nel 2013 le sue opere figurano ad Art Rio 2013 presso la galleria Progetti di Rio de Janeiro, mente nel 2016 è presente alla collettiva Avanscena presso la Fondazione Giorgio Cini a Venezia e nel 2019 è invitato alla XIII Biennale de L’Havana, Matanzas. Ha inoltre esposto in numerosi altri contesti internazionali tra cui Osaka, Londra, Bruxelles, Budapest, Sarajevo, Francoforte. Alcune sue opere sono conservate presso le collezioni della Farnesina e nella Camera dei Deputati di Roma e nella stazione “Cilea – Quattro giornate” della metropolitana di Napoli.

Negli spazi di “H.UNICA”in mostra le opere di Luciana Dos Santos Pretta, Caterina Vitellozzi e Luca Theodoli

La materia conta. Nella storia dell’arte si è spesso trasformata da superficie, bozzolo e medium a vera ossessione. Basti pensare al rapporto di Michelangelo Buonarroti per il marmo, una battaglia titanica ed erotica insieme; oppure, cinque secoli più tardi, alla predilezione del land artist inglese Richard Long per il fango lasciato dalle maree del fiume Avon nel porto di Bristol, dove è nato, una sorta di fluido cordone ombelicale reimpiegato in una frenesia neo-espressionista astratta. Entrambi gli artisti hanno usato altre tecniche, l’affresco per Michelangelo, i cerchi di pietra per Long, solo per citare gli esempi più noti. Ma il sentimento, pur nei capolavori che sono venuti, si percepisce diverso.

Per alcuni artisti, la materia è prima. Gli oggetti raccolti da Robert Rauschenberg a New York hanno il sentore delle strade della metropoli. Il celotex alla fiamma di Alberto Burri ha un odore “concettuale” (e i sacchi, naturalmente, e i cretti). I fili tessuti di Maria Lai trascinano millenni di lavoro femminile. I sassi raccolti e tagliati come forme di pane dall’ucraina Zhanna Kadyrova durante la fuga da Kyiv nella prima fase dell’invasione russa passano da esperienza vissuta a messaggio universale (chiuso nella bottiglia dell’arte), così come i suoi vestiti di piastrelle mimetizzati su pareti di uguali piastrelle paiono evocare, dalla materia, ombre e orme umane. A volte, la materia è traslata in maniera quasi atroce, si può ricordare il quarto di bue scuoiato, sanguinante e marcescente, tenuto nel suo piccolo studio per giorni dall’artista Chaim Soutine. Ne dipinse quattro versioni. I vicini chiamarono la polizia per il cattivo odore, si racconta.

A volte però, l’ossessione è ludica, come succede alle materie plasmate in opere d’arte da Luciana Dos Santos Pretta, Caterina Vitellozzi e Luca Theodoli che espongono fianco a fianco, o meglio, stanza a stanza, negli spazi di Hunica, a Roma. Luciana Dos Santos è nata e ha passato l’infanzia in un Brasile lontano dal mare e vicino al deserto. Metafisico, come tutti i deserti. Che però, durante la stagione delle piogge si trasforma in una prateria. Così i suoi oggetti recuperati e intrisi di colori forti e cantanti paiono voler segnare e rigenerare il vuoto in ritmi di pigmenti e recuperare i giochi d’infanzia quando ogni oggetto si trasforma in un giocattolo: scatole di cartone, confezioni per uova o tele materiche come lenzuoli o mantelli cangianti che aprono lo sguardo a geografie dell’emozione. Le sue opere hanno un tocco teatrale – le grandi tele ruvide come sipari interiori – e intimo insieme – le scatole aperte e vibranti di colore come un ricordo svelato. Caterina Vitellozzi, romana con fughe a Londra e in Cina, è una rarità: una delle poche donne a lavorare il mosaico. E lo fa in maniera insolita. Rendendo visibile la materia, anziché nasconderla nel disegno (come accade nei micromosaici, per esempio). Di più: la rende organica, inserendo nelle grosse tessere sbozzate, canne di bambù e rami di alberi. Come a far respirare la pietra dei pannelli. I suoi vulcani sembrano voler eruttare colore. I suoi tasselli di mosaico fanno pensare a pelli di animali estinti e fantastici. La materia invece diventa un caleidoscopio minuzioso nei ritratti e nelle scritte composte con lattine di metallo dal romano Luca Thedoli. Il rifiuto urbano diventa il ritratto iconico della diva, la musa di Hitchcock e principessa di Monaco, Grace Kelly. Si fa linguaggio e pensiero nella scritta dove si rimescolano ironia e protesta come in uno dei migliori slogan delle prime proteste sessantottine. Diventa anche flusso e riflusso, dai cestini, dai sorsi distratti, dai vuoti buttati all’opera ritornata. Come l’eco di un mare. Non a caso, erano di fronte al mare nella caverna di Blombos, nell’attuale Sudafrica, i primi artisti di cui si ha traccia. Sulle sponde del mare hanno preso conchiglie per fare gioielli, con l’ocra rossa del terreno hanno tracciato linee (il segno del tris, l’hashtag, vecchio di centomila anni) sulle pareti delle caverne, sui loro corpi. Hanno trovato la materia, ne è uscita arte. Un linguaggio. Nella loro lingua defunta e irrintracciabile forse hanno esclamato come il greco Archimede ere più tardi: “Eureka!”. Ho trovato.
(Fabio Sindici)

Caterina Vitellozzi
Luca Theodoli
Luciana Dos Santos

HUNICA #5
a cura di Pamela Fiacconi

fino al 16 giugno 2023

H.UNICA – VIALE LIEGI, 54 – ROMA

Foto di Ottorino Giardino

La Principessa Irma Capace Minutolo

Grace di Monaco

Irma Capece Minutolo con la giornalista Federica Pansadoro, durante il vernissage

“Vogia de carnoval”, la nuova esposizione della Fondazione Alda Fendi – Esperimenti

Protagonista di “Vogia de carnoval” è la scrittrice iraniana Azar Nafisi, autrice del bestseller Leggere Lolita a Teheran (Adelphi), con un’intervista in esclusiva girata all’interno di rhinoceros e ambientata in una preziosa scenografia di San Marco a Venezia. Nell’intervista, che il pubblico può ascoltare all’interno del percorso espositivo, Azar Nafisi parla del suo rapporto privilegiato con Venezia, soffermandosi su un quadro di Tintoretto: L’Annunciazione. La scrittrice pensa alla Vergine come vittima di uno stupro, portando all’interno della mostra il tema delle proteste in Iran. Azar Nafisi e Alda Fendi: protagoniste del femminile contro ogni violenza.

“Vogia de carnoval” è un viaggio multimediale nella seduzione e negli incanti di Venezia, in equilibrio tra pittura antica e innovazione tecnologica: a rhinoceros si incontrano, in nome di un inusitato carnevale fuori stagione, il DAW della Presentazione al tempio di Giovanni Bellini (arriva per la prima volta a Roma questa originale e avanzata modalità di concepire l’opera d’arte, che attualizza l’originale creando al contempo una nuova opera originale digitale), le commedie di Goldoni riviste con sguardo felliniano, il Mose che salva la città lagunare dall’acqua alta e una riflessione sulla negritudine e sul dramma degli sbarchi dei migranti con l’action intitolata Black Venice e firmata da Raffaele Curi.

Un esperimento espositivo intrigante e originale, completamente gratuito, nel segno del mecenatismo ventennale della Fondazione Alda Fendi – Esperimenti.

VOGIA DE CARNOVAL

IN MOSTRA A ROMA

NELLA RHINOCEROS GALLERY DI RHINOCEROS

IL PALAZZO IDEATO DA ALDA FENDI E PROGETTATO DA JEAN NOUVEL

in via del Velabro 9A

Roma, 15 dicembre 2022 – 30 aprile 2023

Dei Vizi e Delle Virtù, un viaggio

Di Laura Megna

Anni fa andai a visitare la Cappella degli Scrovegni a Padova, dove è presente tutto un ciclo di affreschi di Giotto Di Bondone. Rimasi colpita non tanto tanto dai meravigliosi affreschi delle scene di Gioacchino e Anna, genitori di Maria, o da quelle di Gesù, quanto delle piccole rappresentazioni dei vizi e virtù presenti nel quarto livello della cappella, quello più in basso.

Cerchiamo di capire il momento storico, primi del 1300; il papa Celestino V aveva abdicato e il suo successore fu Bonifacio VIII noto per lo schiaffo di Anagni e il famoso dissidio con Filippo V, detto il bello, Re di Francia, che portò il papato ad Avignone. Ricordiamo anche i Guelfi e i Ghibellini a Firenze, a seguito delle vicissitudini tra gli schieramenti, Dante fu costretto ad abbandonare Firenze.

Nella penisola italica vi erano correnti nuove da poco rinvigorite da Federico II di Svevia, che ha nella sua genia molti ed illustri saggi. Federico riportò il mecenatismo e la cultura come tramite per abbracciare tutti i popoli e le etnie che aveva sotto di lui. Con la sua opera riuscì a spingere al confronto facendo rinascere idee, anche sulla base della Chanson de Roland, poema carolingio XI secolo. 

In un contesto così mutevole sorgono le molte committenze e l’arte si rinnova. Ricordiamoci che nella penisola italica aveva una grande influenza il papato che stava cercando di espandere il potere temporale in tutta l’Europa.  

Padova anno 1303, città con Università, punto di riferimento culturale, finanziario e di mercanti e con questi anche di malfattori e di usurai, come lo era il padre del committente della cappella, Reginaldo, nominato anche da Dante nella prima cantica (inferno) nel girone degli usurai. Il committente Enrico degli Scrovegni intercedendo per il padre e per la famiglia cercò una redenzione nella costruzione della cappella, situata sui resti di un’arena romana. La cappella è intitolata a Santa Maria della Carità. Era la cappella privata attigua al palazzo familiare, ad oggi distrutto.

La cappella è orientata come da immagine acquisita da Google Earth

La fonte maggiore di illuminazione è data da 6 finestre posizionate sul lato sud est.

È da segnalare che sul lato opposto vi era il palazzo della famiglia degli Scrovegni, dal quale non poteva entrare luce, quindi tutta la parete interna alla cappella è completamente affrescata.  Ricordiamo che nel 1303, non esisteva luce elettrica, quindi la luce solare era necessaria per illuminare tutta la cappella. Le alternative erano candele a cera d’api, molto costose, oppure lumini ad olio, che a seconda della tipologia e della qualità creavano fuliggine annerendo gli affreschi e sprigionavano un odore non sempre gradevole.

All’interno della cappella ci sono 4 ordini di affreschi, che cronologicamente partono dall’angolo a destra in alto guardando l’abside (est), per poi scendere a spirale in senso orario. Prima si trovano le storie della famiglia di Maria Vergine partendo dai genitori Gioacchino e Anna, e poi le storie di suo figlio Gesù Cristo. Interessante l’uso delle figure, degli spazi e dei colori. Il tutto si conclude con l’affresco del Giudizio Universale posto sulla parete di sud ovest, l’uscita della cappella, la parete interna della facciata.

Il soffitto della cappella è un cielo stellato con dei tondi con le figure di Maria, di Cristo e dei Profeti. Il soffitto stellato era un’unione tra cielo e terra, come se Giotto volesse abbattere il soffitto e immergere la cappella elevandola in un punto sospeso tra terra e cielo, per unire l’uomo alla magnificenza della natura, al creato. Mi sono ricordata un altro viaggio, in Egitto, nei Templi vi era la dea Nut, che con il suo corpo ricoperto di stelle rappresentava la sfera celeste.

Ad oggi, per motivi di conservazione degli affreschi, non è possibile accedere dalla porta sulla facciata, quella al cui interno è possibile ammirare il giudizio universale. Il giudizio Universale rappresenta la fine di un percorso nato al sorgere della storia di Maria e che si conclude con la promessa di una fine dopo la morte, dopo il Giudizio Universale, dove Gesù con la croce divide e giudica le anime per segnarne la strada. Questa prosopopea in cui ci conduce Giotto è un viaggio che ognuno sceglie di fare per arrivare a quel giudizio. Giotto ci dà gli strumenti per arrivare alla salvezza posta a occidente. Tali strumenti sono sul modo di contrastare i vizi e sono raffigurati nel livello di affreschi più basso, ad altezza dei nostri occhi, in modo da poter vedere tutti i particolari degli affreschi, cogliendone le allegorie, rimanendo al centro della navata. Questo livello pittorico parla di vizi e virtù. Possiamo leggere le sette coppie partendo dall’abside per andare verso il giudizio universale, da oriente a occidente, verso l’uscita alla fine del percorso.  Posizionandosi in equilibrio nella coppia, tra esse troviamo

Giotto non inserisce i vizi capitali riconosciuti dalla Chiesa che sono: Superbia, Invidia, Ira, Accidia, Avarizia, Gola e Lussuria, ma ne dà una visione più attinente alla teologia Agostiniana del tempo. Ultimamente è stato identificato Alberto da Padova, il predicatore apostolico (così nominato da Bonifacio VIII) come ispiratore di Giotto nel complesso del ciclo pittorico della Cappella.

Vediamo nello specifico la coppia nella sua unità come viene rappresentata da Giotto.

StoltezzaePrudenza

Stoltezza raffigurato come uomo vestito in modo ridicolo, quasi in procinto di ballare, in cui non vi è possibilità di discernimento nel modo di vivere, poiché non riceve le cose dello Spirito[1], non riuscendone a capire il significato. Un uomo che non riesce ad andare oltre quello che vede e tocca, legato alla terra, e che si fa beffa degli altri volendo primeggiare e mostrandosi superiore e accaparrandosi tale superiorità anche con mezzi illeciti e con la forza, senza però avere cura del prossimo. Un uomo avaro di sentimenti e di emozioni, perché queste si possono provare solo attraverso lo spirito.

Prudenza, rappresentata da una figura femminile seduta, riflessiva, che tiene uno specchio in cui guarda sé stessa riuscendo a discernere il suo equilibrio interiore e del mondo che la circonda, poiché valuta le possibili azioni e conseguenze di quelle. Lo specchio rappresenta anche il voler guardare dietro le sue spalle, il suo passato, che rappresenta la sua esperienza e che la mette in grado di discernere il presente. Regge in mano un compasso simbolo di misura delle proprie azioni, nei pensieri e nei giudizi. Si vede una donna concreta e legata alla terra e al discernimento delle proprie azioni. Ha un libro sul quale può sia scrivere che leggere e dal quale può conoscere il mondo e lasciare al mondo la sua memoria.

Ricordiamo che nel 1300 non molti sapevano leggere o scrivere, i dipinti erano necessari per insegnare e dare anche a chi non sapeva leggere un’istruzione, ma proprio per questo il libro quando inserito nei dipinti ci dà indicazione dell’istruzione di chi lo tiene in mano ed è inoltre anche una metafora di conoscenza e istruzione per i posteri.

IncostanzaeFortezza

Incostanza donna in precario equilibrio, con la veste svolazzante su una ruota, che sembra quasi un monociclo come si usano nel circo. Non è appoggiata a terra, ma quasi su una roccia rossa di finto marmo scoscesa, che da il senso della poca stabilità, nel cullarsi giocando tra gli eventi che la Provvidenza gli pone. Credendo di saper volare, come sembra dalla postura, la donna, penserà di aver trovato la conoscenza, smettendo di cercare, cullandosi nel dolce far niente. L’uomo smette di cercare quando crede di aver trovato.

Fortezza, donna guerriero vigorosa e possente che tiene in mano uno scudo dove sono rappresentati una croce e un leone ed in mano una mazza di ferro, strumenti atti a combattere la cattiveria del mondo, ma soprattutto le proprie debolezze e le proprie mutevolezze, anche costruendo delle regole che possano creare una costanza nel proprio essere. Lo scudo sembra quasi una colonna, anche essa simbolo di forza e disciplina. È adornata dalla pelle del leone nemeo, come Ercole (Eracle) con la sua prima fatica, in cui utilizza la forza delle sue mani per sconfiggere la bestia feroce e dal suo manto impenetrabile, così la donna guerriero è pronta a utilizzare la sua forza contro l’incostanza e la pigrizia, come un fuoco che brucia costante e duraturo, poiché non è una forza che attacca ma è la forza che resiste.

IraeTemperanza

Ira rappresentato nell’atto di strapparsi le vesti, come già rappresentato da Giotto nella Cappella, nell’affresco in cui Gesù viene portato davanti ad Anna e a Caifa. Caifa nell’affresco si strappa le vesti mostrando, l’ira, la mancanza di controllo sulle proprie azioni e emozioni. Qui nella nostra allegoria vediamo una figura con atteggiamento lascivo prodigata in comportamenti sempre più voluttuosi. Ira quale desiderio di avere emozioni, senza però capirne l’essenza, bramandone sempre di più fino all’esternazione in comportamenti e offese verbali, generando aggressività. Ricordiamo il proemio dell’Iliade in cui Omero già nelle prime righe preannuncia le emozioni e le aggressività che porteranno allo svolgersi del poema[2]. Una passione primitiva, come sentimento improvviso e eccessivo, incontrollabile, come in Achille e come nella nostra raffigurazione. Sono un’incontrollabile reazione alle emozioni[3].

Temperanza, donna raffigurata con una spada chiusa da molti lacci e con un morso in bocca, simboli che rappresentano un freno, la volontà che è necessaria a frenare i propri istinti, conoscendoli, e per questo fermandoli. La spada strumento atto a uccidere, conosciuto da lei nel suo potenziale, ma fermo e attenuato nella sua estrema volontà, bloccata nella sua foga. Per quanto riguarda il morso, sembra quello dei cavalli, ma non è per bloccare la parola, ma per non eccedere, sia per contrastare l’ira, sia per contrastare la golosità nell’eccesso di cibo e di bevande. Vi è una eleganza data dalla pacatezza di quest’equilibrio, con il capo coperto per non ostentare la sua presenza, umilmente ed efficacemente.

IngiustiziaeGiustizia

Ingiustizia questa figura sembra seduta, ma non su un trono come vedremo con la giustizia, ma su un giaciglio di un palazzo composto da alte mura in rovina. Ai suoi piedi vi sono scene cruente di comportamenti, quali uccisioni, torture, atti di ruberie, simbolicamente tutti gli atti che l’ingiustizia, come un giudice corrotto lascia che si compiano. Il suo giaciglio è bloccato da alberi e arbusti che non gli consentono di potersi muovere poiché fermato dai suoi stessi soprusi. In mano ha un arpione con il quale prende quello che desidera e tiene una spada al suo fianco che non sa e non può usare perché ancorata anch’essa dagli arbusti. L’arpione e la spada simbolicamente strumenti dei suoi soprusi che esercita usurpando e desiderando tutto per sé stesso.

Giustizia seduta su un trono in stile gotico, metafora della sua maestà e signoria nei rapporti tra gli esseri umani, rappresentati in scene di vita quotidiana alla base del trono. La prospettiva, agli albori dei suoi studi, viene rappresentata perfettamente da Giotto posizionando la giustizia al centro di quello sfondo prospettico che tiene gli occhi di chi guarda proiettati in quell’attimo di equilibrio di tutta la parete e abbagliati dalla luce delle finestre. La Giustizia sospesa nell’aria al di sopra del mondo terreno, in mano tiene due piatti di una bilancia nei quali sono rappresentati angeli, come attori, a coronare di alloro le teste dei giusti oppure a tagliare la testa di coloro che si adoperano ingiustamente nei confronti degli altri uomini. La giustizia presenta la corona simbolo di maestà ma anche di responsabilità nelle scelte e nelle azioni che discendono per premiare i meriti o colpire i demeriti.

Idolatria o InfedeltàeFede

Idolatria o Infedeltà identificato con una figura maschile che tiene in mano una statua di un falso Dio, la quale a sua volta tiene una corda che gli cinge il collo della nostra figura. In un certo qual modo possiamo dire che l’orgoglio in questa allegoria non porterà alla vera parola rivelata e proposta da un profeta alle spalle poiché non gli è possibile voltarsi[4], quindi non potersi confrontare e conoscere la parola rivelata e la fede. Davanti a se ha il fuoco, rosso come le fiamme alle quali sta andando incontro.

Fede viene rappresentata da una donna con una lunga tonaca bucata, logora. Le vesti logore rappresentano il rifiuto delle cose materiali e la noncuranza di queste, poiché non vi è importanza delle materie ma solo attraverso la fede si arriva alla verità svelata dalla croce posta sul bastone simbolo della fede cristiana, che tiene in mano. Nell’altra mano tiene una pergamena con la preghiera del credo[5] scritta in latino. Ai suoi piedi calpesta tutto quello che sono i falsi profeti, falsi miti, i finti idoli, per romperli e far capire che le verità rivelate sono al di sopra e si possono rompere proprio perché falsi. Porta un cappello simile alla mitra[6] vescovile, simbolo di autorità e dignità, nella vita devota alla fede. Alla cintura, simbolo di castità, porta una chiave, la stessa chiave che apre il regno dei cieli. La fede è anche la fiducia che ci permette di andare oltre l’orgoglio dell’avere, per poter tornare a essere, quindi un passaggio dello spirito e nello spirito, andando incontro alla promessa di salvezza. Al di sopra della donna vi sono due angeli che osservano il suo operato.

InvidiaeCarità

Invidia rappresentata da una donna anziana con lingua di serpente che guarda sé stessa, come ad indicare che le male lingue dette, le ritornano indietro, o che quelle lingue sono la rappresentazione di se stessa che non vuol vedere, invidiosa degli altri poiché non vede oltre gli occhi del serpente, se stessa. Le orecchie enormi per ascoltare pettegolezzi e le corna che escono dalla cuffia, come un essere demoniaco, che non può che bruciare tra le alte fiamme del fuoco dell’inferno, rosse vive e accese. Pur patendo, senza accorgersene a tale vizio, brama, con la mano ad artiglio, di andare avanti, verso il giudizio universale, di cui davanti ha se è dipinto l’inferno, non potendo provare altro che invidia verso gli altri uomini.

Carità una giovane adornata di fiori e con in mano una cesta di frutti come melograni, spighe di grano, carciofi, noci e castagne, tipici frutti prodotti dal caldo sole estivo/autunnale e che la natura regala agli uomini per l’inverno. La testa della donna è circondata da un’aureola nella quale è possibile vedere del colore rosso in tre punti quasi posti a triangolo all’interno dell’aureola stessa. La sua mano è unita a una figura di Cristo, il quale allunga alla carità i suoi doni, come uno scambio tra il divino e il materiale, quel materiale calpestato, posto sotto i suoi piedi, necessario solo per aiutare i bisognosi.

La carità assoluta sgorga da un atto di amore totale, con il quale l’Uomo vuole a Dio l’infinito bene che la Fede gli ha rivelato e che egli vuole, per sé e per gli altri Uomini, questo bene indissolubile di Dio.

DisperazioneeSperanza

Disperazione raffigurata da una donna, appesa ad un cappio, nell’atto estremo di togliersi la vita, guidata in un atto così cruente da un demone, che risucchia i pensieri della donna e quasi protratto a strappargli i capelli dalla testa, già spezzata dal corpo, per mostrare ciò che sarà nel Giudizio Universale. Le mani della donna sono contratte come se ci fosse stata la collera che ha portato a tale gesto di disperazione, poiché vi è una perdita di controllo di sé stessi.

Speranza raffigurata come una donna, un angelo con le ali, che si ritrova al di sopra della terra con la braccia protese verso una figura che spunta in alto a destra porgendogli una corona, simbolo di una vita oltre la morte per coloro che non si abbattono. Non toccare terra, parla dell’anima e dello spirito che purificato, poiché riesce a vedere oltre ed essendo passata attraverso i vizi, grazie alle virtù sale verso la promessa.
Interessante la rappresentazione di profilo poiché ci porta lo sguardo ad andare oltre, come un movimento alato, verso il giudizio universale.

Lo sguardo prospettico nelle nostre figure allegoriche è proiettato verso il Giudizio Universale, con il quale si conclude il percorso iniziato nella Cappella.

Da notare l’uso dei colori, il Maestro utilizza solo tonalità ocra, beige, marroni, azzurro/blu e rosso. Un attento utilizzo del rosso e dell’azzurro, in particolare il rosso, viene utilizzato per l’incostanza, infedeltà, la carità e l’invidia. L’azzurro viene utilizzato come sfondo soprattutto nelle allegorie delle virtù.

Giotto con le sette virtù ci dà gli strumenti per contrastare i vizi, ma al contempo ci pone in equilibrio tra essi, poiché la conoscenza delle cose ci permette di sceglierne il percorso.

Credo che tutta quest’opera sia l’aretè di Giotto e del suo pensiero, arrivato fino a noi, potendo vedere uno spaccato del suo tempo e delle sue luci e colori.

La cappella è possibile visitarla virtualmente al seguente link

https://www.haltadefinizione.com/visualizzatore/opera/cappella-degli-scrovegni-giotto-di-bondone

E’ possibile ingrandire tutti gli affreschi.


[1] Riferimento all’uomo naturale di cui parla San Paolo

[2] Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide, rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei, gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde d’eroi, ne fece il bottino dei cani, di tutti gli uccelli – consiglio di Zeus si compiva – da quando prima si divisero contendendo l’Atride signore d’eroi e Achille glorioso. (traduzione italiana di Rosa Calzecchi Onesti).

Parafrasi: O musa, canta l’ira rovinosa di Achille, figlio di Peleo, che diede molti dolori agli Achei, gettò nell’Ade molte vite valorose di eroi, li rese preda di cani e di tutti gli uccelli – così si compiva il volere di Zeus -, da quando si divisero litigando l’Atride signore di eroi (Agamennone) e il divino Achille.

[3] La parola emozione deriva dal verbo latino “emovere”, che significa rimuovere, trasportare fuori, scuotere. L’emozione è dunque qualcosa che ci fa scuotere dal nostro stato abituale, che ci fa muovere.

[4] Mi viene in mente il mito della caverna di Platone, in cui i malcapitati bloccati, potevano osservare e conoscere solo una visione della realtà, potendosi muovere hanno conosciuto altre sfaccettature di essa, ma fondamentalmente è un provare a rimette in gioco le proprie idee e convinzioni.

[5] Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, Factorem cæli et terræ, visibílium ómnium et invisibilium.

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

Testo quasi leggibile sulla pergamena. Ho inserito sia la versione latina che la traduzione italiana.

[6] Approfondendo la parola mitra, abbiamo diversi suggerimenti, soprattutto provenienti dal greco antico, in cui la mitra era una fascia o un indumento atto a proteggere, poi anche nastro di stoffa o lana utilizzato soprattutto nel mondo muliebre greco. Successivamente viene ornato e utilizzato come copricapo femminile anche nel mondo romano.
Altra indicazione è data dal mito di MITRA e dai mitrei presenti in tutto il mondo romano antico.
Successivamente la parola è stata utilizzata per indicare la copertura del capo di dignitari ecclesiastici che veniva utilizzata durante alcune funzioni sacerdotali.
Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla pagina:
https://www.treccani.it/enciclopedia/mitra_%28Enciclopedia-Italiana%29/